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POSTILLA
Diversi mesi ormai sono passati da
quando ho terminato di scrivere la storia della Miriam e
l’appendice sul Grande Oriente Egiziano. Il tempo trascorso,
ancorché breve, mi consente di poter riguardare al lavoro
fatto e alle sue implicazioni con un relativo distacco. Nel mondo piccolo del sedicente
“ermetismo kremmerziano” poco o nulla è cambiato. Non che mi
aspettassi alcunché di diverso: conosco abbastanza bene i
protagonisti delle attuali vicende per sapere che quelli in
malafede, pur essendo ben consapevoli delle gravi deviazioni
apportate dai loro predecessori all’insegnamento originario
del Maestro, non rinunceranno mai alle posizioni di potere
ormai conseguite, mentre quelli in buona fede, prigionieri
per primi delle loro illusioni, continueranno imperterriti
il loro viaggio senza meta, seguiti dai loro non meno ignari
discepoli.
Per quanto mi riguarda, ancora una
volta devo constatare la saggezza dei miei maestri quando mi
invitavano a non cercare di approfondire più di tanto le
vicende storiche della Miriam, sapevano che le disillusioni
che ne sarebbero potute venire non avrebbero necessariamente
giovato al mio ascenso. Ma io no! Non pago, ho voluto
ugualmente scavare, indagare, continuare a cercare
documenti, testimonianze, prove, le quali non hanno fatto
altro che confermare puntualmente ciò che mi era stato detto
a voce o mostrato sotto forma di documenti olografi ormai
distrutti, e da ultimo, ritenendo di avere ormai acquisito
un quadro sufficientemente chiaro di come erano andate le
cose, ho voluto addirittura scriverne pubblicamente.
Non posso non chiedermi se ho fatto
bene, se ne valeva la pena, se era davvero opportuno, pur
consapevole che cosa fatta capo ha. Sta di fatto che la
storia ormai è completata e gli “aspiranti alla Luce” o gli
addetti ai lavori, ne faranno l’uso che crederanno.
Dopotutto, i Numi parlano al cuore degli uomini se e quando
è giusto e necessario, e se riterranno utile servirsi
talvolta delle mie parole, lo faranno, altrimenti le
lasceranno cadere nell’oblio, dove giustamente ricadono le
parole vane o inopportune.
Ho usato la forma plurale nello
scrivere la storia, un “noi” oramai desueto che francamente
sa un po’ di rancido, ma l’ho voluto fare per rimarcare, ove
ve ne fosse bisogno, che nello scriverla di mio non vi ho
messo nulla, e che tutto quanto contiene è suffragato da
documenti cartacei, quando possibile riportati in originale,
o da testimonianze orali che, in fede, non ho alterato in
alcun modo. Se ora passo alla prima persona singolare nello
scrivere questa postilla è per sottolineare che questa volta
si tratta di opinioni e considerazioni mie, anche se
prendono spunto da un fatto realmente accaduto.
Tempo fa, ripensando alla storia
della Miriam e alle ultime “novità” comparse su internet o
in libreria, mi è spontaneamente riaffiorato alla memoria un
colloquio che ebbi con Vinci Verginelli parecchi anni or
sono, un ricordo ancora nitido forse perchè ruvido ed
ingombrante. Ecco cosa accadde. In uno dei tanti incontri che ebbi
con lui, il discorso finì su Domenico Lombardi come già
altre volte era successo; non si può dire che Verginelli
mancasse di chiarezza e della capacità di farsi ben
comprendere, ragion per cui sapevo bene come la pensasse al
riguardo. Quella volta però riuscì a stupirmi perché il tono
e le parole usate furono decisamente insolite.
Guardando non me ma dritto davanti a
sé, quasi a voler contemplare nella propria mente immagini
di eventi lontani, ad un certo punto del suo dire, dopo aver
pronunciato il nome di Lombardi, fece una breve pausa e con
una durezza davvero insolita per lui, lo apostrofò in modo
terribile: “il traditore”! Seguì una nuova
pausa che rese ancor più pesante quel giudizio spietato e
inappellabile.
Io rimasi estremamente colpito, sia
per il tono della sua voce, fredda e tagliente come una
rasoiata, che per il contenuto estremamente duro, davvero
insolito per lui che era una persona alquanto mite e
benevola. Un conto era dire, come aveva fatto altre volte
prima di allora: “Lombardi ha sbagliato” oppure “non poteva
fare quello che ha fatto perché non aveva né la
realizzazione iniziatica sufficiente, né un mandato che lo
giustificasse”, e un conto era definirlo sic et
simpliciter “traditore”. Fra sbagliare e tradire c’è un
abisso.
Confesso che allora quelle parole mi
parvero eccessivamente dure, e tali hanno continuato a
sembrarmi per molti anni ancora. A questo punto però, dopo
la piega che le cose hanno preso negli ultimi tempi, mi pare
non solo di cominciare a capirne il senso e il tono, ma
anche di condividerle.
Mi sia concesso per l’ultima volta di
riassumere il quadro della situazione.
Nel 1896 viene fondata la Fratellanza
Terapeutico Magica di Miriam che viene posta sotto la
protezione del Grande Oriente Egiziano. Dopo varie
vicissitudini, nel 1909 viene redatta la Pragmatica
Fondamentale quale espressione dell’assetto definitivo della
Schola la quale, come viene esplicitamente ribadito nella
Pragmatica stessa, è ancora posta sotto la tutela del Grande
Oriente Egiziano (G.O.E.), al quale è vincolata tramite una
persona fisica, il Delegato Generale, che fa da
trait-d’union fra i due ambiti, essendo stato a ciò delegato
- da qui il titolo della sua carica - dal Sinedrio del
G.O.E.
Nel 1912 però, dopo appena due anni
dalla scomparsa del precedente Gran Jerofante Generale,
Giustiniano Lebano, le cose cambiano radicalmente: il
Delegato Generale viene costretto a ritirarsi. Il legame con
l’Ordine Egizio è interrotto e la Schola, così come era
stata espressa dalla Pragmatica Fondamentale solo tre anni
prima, è costretta con un ordine perentorio, “venuto
dall’alto”, a chiudere ufficialmente i battenti il 31
dicembre 1912.
Da quel giorno, revocato il mandato e
venuto meno il Delegato Generale, responsabile unico della
Fratellanza, la Pragmatica Fondamentale non ebbe più senso e
non fu più in vigore, restando unicamente come documento
storico e ideale.
Per non lasciare del tutto orfani i
Fratelli iscritti, il giorno dopo, 1 gennaio 1913, furono
aperti a Roma e a Bari due “circoli di cultura psichica”,
come ebbe a definirli Luciano Galleani (Jesboama) nelle sue
annotazioni, posti non più sotto la tutela dell’Ordine, ma
sotto la tutela personale, ancorché indiretta, di Giuliano
Kremmerz.
La rottura con l’Ordine non fu mai
più sanata e con la morte del Kremmerz anche la protezione
personale del grande mago venne meno. Posti di fronte
all’alternativa: chiudere tutto o continuare come si poteva
“facendo il meglio relativo” (come amava ripetere Pietro
Suglia), i due Presidi preposti da Kremmerz alla guida dei
rispettivi Circoli, convocato il Collegio Magistrale formato
da tutti i Fratelli Osiridei, ritennero che l’auspicio del
Kremmerz fosse quello che venisse portata avanti parte
dell’attività isiaca, dal momento che, per tempo, egli aveva
provveduto a rimettere nelle loro mani, e solo nelle loro in
quanto Presidi, la formula tradizionale per la consacrazione
dei cordoni rituali: cosa priva di senso qualora avesse
auspicato la chiusura di tutto.
Perfettamente consapevoli delle loro
limitazioni, aggravate dalla mancanza di un contatto con il
G.O.E., cosa che comportava fra l’altro l’impossibilità di
poter assegnare ai nuovi iscritti la cifra individuale del
genio complementare, Borracci e Bonabitacola decisero “pro
salute popoli” di continuare fin quando e fin dove
possibile, secondo il mandato personale a suo tempo
ricevuto.
All’approssimarsi della propria
morte, nel 1943 Borracci decise irrevocabilmente di chiudere
il circolo barese ma consigliò, anche per iscritto, i propri
discepoli rimasti a Bari e non costretti a sfollare, di
confluire dopo la guerra nel Circolo Virgiliano di Roma.
Diversa, per ragioni che non ci è
dato sapere, la decisione che a suo tempo prese
Bonabitacola: il Circolo avrebbe continuato la propria
attività e a dirigerlo chiamò un valente Fratello Osirideo,
Pietro Suglia.
Fu proprio durante la reggenza di
Pietro Suglia che Domenico Lombardi emanò le due circolari,
sulle quali tutti gli osiridei allora ancora viventi
(Manzi, Suglia, Moggia, Muciaccia, Verginelli - tutti membri
del Collegio Magistrale) espressero un giudizio unanime:
azione di fatto illegittima per ciò che riguardava l’aspetto
miriamico perché priva di regolarità iniziatica;
assolutamente inconcepibile e sconsiderata invece per quanto
concerneva l’aspetto Osirideo.
Dall’iniziativa (o tradimento) di
Domenico Lombardi nacquero, storicamente parlando, due
realtà ben distinte: grazie all’azione di Mario Parascandolo
videro la luce sia la C.E.U.R. che la “rinata” Accademia
Pitagora sotto la guida dal dott. De Cristo. Ora, a differenza della C.E.U.R. i
cui vertici di lì a poco non esitarono ad autoproclamarsi
Gran Jerofanti dell’Ordine (e ci è stato chi li ha pure
presi sul serio!) va dato atto a Donato De Cristo di essersi
saputo limitare all’ambito isiaco con umiltà e buonsenso.
Addirittura egli si rifiutò molte volte di trasmettere
alcune pratiche del cerchio interno, sostenendo che la cosa
non era in suo potere dal momento che non era un Maestro
Iniziatore e che non aveva contatti con l’Ordine.
Peccato, veramente peccato, che i
suoi successori non abbiano seguito il suo esempio, anzi,
hanno nel tempo rivendicato contatti e mandati con l’Ordine,
dei quali non solo non hanno fornito alcuna prova a favore,
ma talune, inequivocabili, a dimostrazione del contrario.
Oltre a ciò, a partire dalla fine
degli anni ’70 sia la C.E.U.R. che l’Accademia Pitagora di
Bari hanno fatto parlare molto di sé, dando l’avvio ad un
cicaleccio avvilente benché tutto interno al mondo
pseudo-kremmerziano proveniente da Lombardi, cicaleccio che
anziché estinguersi è proseguito inesausto sino ad oggi,
diventando raglio e assumendo sempre più i contorni di una
farsa ora grottesca ed ora abbietta, con l’unico risultato
di trascinare nel ridicolo e nel fango il Kremmerz e la sua
opera.
Di lì a poco infatti, sulla scia
della melma smossa, al cicaleccio si sono aggiunte le
vomitevoli
profanazioni del Gruppo Prometeo, volute si badi bene, come
risposta alle falsificazioni simoniache della C.E.U.R., e
come ogni ermetista sa, da una operazione magica squilibrata
provengono sempre inevitabilmente caos e disordine. Come
c’era da aspettarsi, ciò ha dato il via ad un delirio di
nuove pubblicazioni dove a falso si è aggiunto falso,
scempiaggine a scempiaggine, obbrobrio ad obbrobrio e
menzogna a menzogna, senza più che alcuna voce si potesse
levare a dire la verità più semplice: ognuno è libero di
scrivere e di fare quello che vuole, ma perchè associare il
nome di Kremmerz e della Fratellanza di Miriam a simili
falsità?
E giacché al peggio non c’è mai fine,
abbiamo dovuto leggere persino gli scritti di giornaliste
ispirate nientemeno che dallo Spirito Santo, scritti in cui
il nome di Kremmerz veniva associato addirittura al mostro
di Firenze; se andiamo però a vedere chi c’era davvero
dietro a queste macchinazioni, troviamo ancora una volta
loschi figuri che per li rami discendono ancora una volta
dalla sciagurata iniziativa di Lombardi.
Così si è
giunti ai falsi rituali e alle false pratiche alchemiche che
ormai circolano impunemente e che addirittura vengono
ostentati su internet, con tanto di immagine del
frontespizio, spacciandoli per documenti autentici
dell’Ordine Egizio. Si vada a vedere chi sono coloro che si
vantano di possedere tali tesori iniziatici,
e ancora una volta
si troveranno persone connesse all’iniziativa di Domenico
Lombardi.
Viceversa, tolto lui,
nessuno degli altri
discepoli osiridei del Maestro è stato fonte di scandalo,
men che mai quelli che hanno concorso a portare avanti il
Circolo Virgiliano di Roma.
A questo proposito, so che taluni
hanno pensato che io mi sia deciso a scrivere la storia
della Miriam per tirare acqua al mulino del Circolo
Virgiliano: nulla di più falso, anche perché credo di aver
scritto a chiare lettere che all’indomani della morte del
Maestro né l’Accademia Pitagora di Bari né il Circolo
Virgiliano di Roma hanno proseguito la loro attività in
virtù di un esplicito mandato del Kremmerz, ma solo per una
scelta responsabile dei rispettivi Presidi preposti,
Borracci e Bonabitacola, due ermetisti autentici e due degni
discepoli del Kremmerz, cui dobbiamo essere estremamente
grati.
È infatti solo grazie alla loro
consapevole assunzione di responsabilità, che ancora oggi ci
è possibile seguire un sistema autentico di iniziazione
per riti, dopo che l’iniziazione per conferimento
non fu più accessibile con la morte del Maestro. D’altro canto, volendo fare una ricostruzione obiettiva delle fasi storiche della Miriam, non ho potuto non affrontare certi aspetti, e quando è stato il caso, per onestà intellettuale ho dovuto scrivere quanto mi consta e quanto nessuno oggi è in grado di smentire: pur in mancanza di un contatto con l’Ordine, il Circolo Virgiliano è attualmente il raggruppamento kremmerziano che ha la rituaria terapeutica ed isiaca più completa e più intatta, sia nella forma che nella sostanza. Nulla più di questo, ma questo
indubitabilmente sì.
E come prima mi sono sentito in
dovere di rendere onore a De Cristo per la sua umiltà, ora
non posso esimermi dal riconoscere al Circolo Virgiliano di
Roma di avere sempre tenuto una condotta esemplare per
quanto riguarda la regola del riserbo ermetico.
Molte volte è stato benevolmente
rimproverato a Suglia e a Verginelli, da parte di Fratelli
miriamicamente anziani, il fatto di non aver fatto
pubblicamente sentire la loro voce riguardo alla
illegittimità dell’operato di Lombardi, ma essi, sereni,
hanno sempre replicato che di fronte ai profani l’ermetismo
non deve dare mai l’esempio di lotte intestine o di dissidi
tra Fratelli, e che lo spirito di contesa o di menzogna non
deve in alcun modo essere alimentato.
Allo stesso modo, dopo la scomparsa
di Verginelli, più volte il suo successore è stato
sollecitato a rendere visibile il Circolo, magari al solo
fine di renderlo raggiungibile, soprattutto dopo l’avvento
di internet. Egli però ha sempre risposto che l’esempio dei
suoi predecessori lo spingeva semmai al riserbo, se non alla
vera e propria chiusura ermetica, unica condizione in tempi
tanto degenerati per rendere possibile il raggiungimento di
quello stato animico che i Rosacroce chiamavano pax
profunda. Non furono forse proprio i Rosacroce a
proclamare, usando una simbologia cara al cristianesimo
esoterico, che chi deve arrivare a “noi” troverà la strada e
sarà la Provvidenza ad indicargliela?
Ricapitolando e concludendo: degli
unici due centri lasciati dal Kremmerz, quello di Bari è
stato definitivamente chiuso nel 1943 e quello di Roma ha
continuato ad operare sino ad oggi nel massimo riserbo.
Nessun clamore, nessuno scandalo, nessuna indebita
divulgazione, nulla che possa ancorché minimamente offuscare
l’immagine del Kremmerz e della Miriam. Dunque
se Lombardi non si
fosse autoproclamato ciò che non era, gli altri discepoli
del Kremmerz mai avrebbero dato origine al putiferio e allo
sconquasso attuali. È in una sollecitudine circondata di
silenzio che i discepoli virtuosi onorano i Maestri e le
loro opere, e va dato atto ai due discepoli preposti,
Borracci e di Bonabitacola, che se tutti si fossero attenuti
al loro esempio e al loro insegnamento, nulla avrebbe mai
trascinato il nome di Kremmerz e della Miriam nella nera
fanghiglia in cui è stato gettato.
Lo stesso non può dirsi purtroppo per
l’operato di Lombardi e del suo ottuso (volendo essere assai
benevoli) discepolo Parascandolo. Sta di fatto che dalla
prevaricazione di Lombardi, che osò mendacemente parlare a
nome dell’Ordine, provengono lo squallore e l’infimo livello
dell’attuale mondo pseudo-kremmerziano, nonché la pessima
fama o il ridicolo che ormai lo circondano, e tutto ciò
origina in definitiva da una persona ben precisa, Domenico
Lombardi, a far data dal 1947, anno in cui emanò la prima
delle due famigerate circolari. Dunque sì, traditore. Questo
fu il termine pronunciato quel giorno da Vinci Verginelli e
questo termine io oggi non posso che sottoscrivere, giunto
alla fine della storia, prendendo atto che il senso ultimo
di quanto insegnato da Kremmerz è che la Magia cessa di
essere la stregoneria delle campagne o la mera esecuzione di
pratiche tratte da raffazzonati grimoires, per diventare la
più sublime Scienza Sacra, quando essa viene insegnata ed
infusa da autentici Maestri Iniziatori, emissari
legittimi di una gerarchia occulta che promana del mondo
divino o regno delle cause che dir si voglia. Scimmiottare tale gerarchia e
spacciarsi per uno dei suoi Maestri senza esserlo, significa
essere dei traditori della peggior specie perché si induce i
discepoli, soprattutto quelli che si ritengono più furbi e
scaltri, a credere che l’uomo con la sua hybris
(tracotanza) possa sopperire con mezzi propri, meramente
umani, a ciò che invece solo il mondo divino può concedere,
l’iniziazione solare alla magia divina. Sappiamo
perfettamente che in genere il mondo divino si serve di
uomini in carne ed ossa per concedere questa iniziazione, ma
per l’appunto si tratta di Maestri autentici e non di
semplici discepoli più o meno progrediti, anche perché
presumere di esser dei Maestri senza esserlo realmente,
significa essere dei folli. Kremmerz fu un autentico Maestro
Iniziatore e nel seno dell’Ordine svolse la propria missione
di Luce e di Sapienza infondendo nei meritevoli l’alito
divino; imitarlo in questo pretendendo di sostituirsi a Lui
senza avere le necessarie qualificazioni iniziatiche,
significa fare una parodia di tale opera divina e tradire
atrocemente quei discepoli che invece il Divino cercano con
sincerità d’animo. La missione che Kremmerz rimise ai
suoi discepoli fu di “lavorare indefessamente alla
diffusione della Grande Opera” ma sempre e solo
nell’assoluto rispetto della Legge e della Gerarchia. Agire arbitrariamente e pretendere di farlo al di fuori dell’Ordine è sintomo di folle orgoglio e di insania, e comunque sia è un tradimento profondo del senso vero dell’insegnamento lasciatoci da Giuliano Kremmerz, l’ultimo Maestro Iniziatore che ha calpestato il suolo italico.
Gloria
all’Onnipotente Rispetto all’Ordine Saluto a tutti i
punti del Triangolo San Giovanni d’inverno
2011 Asclepius |