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LA STRUTTURA DEL RITO DI MISRAIM
Per poter avere un’idea minimamente corretta della natura di
questo “arcano”, sarà opportuno premettere alcune scarne
considerazioni sulla struttura complessiva del Rito, il
quale risulta composto di 90 gradi suddivisi in quattro
serie:
-
la prima serie comprende i gradi dal 1° al 33° ed è definita
massonica o simbolica,
-
la seconda serie comprende i gradi dal 34° al 66° ed è
definita filosofica,
-
la terza serie comprende i gradi dal 67° al 77° ed è
definita mistica,
-
la quarta serie comprende i gradi dal 78° al 90° ed è
definita ermetica o cabalistica.[1]
Nei primi 66 gradi il Rito è sostanzialmente un raccolta dei
gradi più significativi praticati nei Riti massonici più
importanti; si sbaglierebbe comunque ad identificare
tout-court i primi 33 gradi del Misraim con quelli del
Rito Scozzese Antico ed Accettato, poiché la prima serie è
comparabile solo con i cosiddetti “gradi di perfezione” del
Rito Scozzese, ovvero quelli che vanno dal 4° al 14°.[2]
Il senso della prima serie del Rito di Misraim era
quello di trasmettere organicamente le regole fondamentali
della geometria e dell’architettura sacra, sulle cui basi
gli antichi costruttori edificavano i loro Templi, e da cui
il nome di “massonica”.
Tali regole in antico differivano enormemente da quelle
dell’architettura civile, non essendo i templi destinati
alla vita ordinaria ma al culto della divinità. Sappiamo che
fin dalla più alta antichità i Templi di tutti i popoli
furono costruiti non seguendo i meri gusti estetici
dell’architetto di turno, come avviene oggi, ma seguendo
canoni precisi ed immutabili fondati sulle leggi cosmiche
che governano sia il grande che il piccolo mondo.
Quale paradigma di questa
ars aedificatoria,
nella cristianità
fu preso il tempio di Salomone, emblema massonico del
tempio perfetto poiché, come ci testimonia Filone di
Alessandria, esso era sia nelle sue proporzioni che negli
arredi sacri l’immagine perfetta del cosmo.[3]
Il fatto che le leggi che governano sia il cosmo che l’uomo
(l’antropocosmo, come amò definirlo Schwaller de Lubicz)
nelle antiche tradizioni siano state trasmesse e
rappresentate prima di tutto tramite simboli,[4]
spiega l’altra denominazione di questa prima serie, detta
anche “simbolica”.
La seconda serie,
dettla “filosofica”, esulava completamente
dall’arte di costruire e concerneva le conoscenze occulte
che riguardano gli enti naturali, a cominciare dall’uomo.
Nei gradi che la componevano, ai suoi membri venivano
fornite le nozioni fondamentali di quella che nella
tradizione mediterranea è sempre stata definita magia
naturalis, riguardante in primis la virtù occulta degli
astri, e a seguire quella delle pietre, delle piante e degli
animali, per giungere infine all’uomo, con particolare
riguardo per le potenzialità latenti del suo corpo lunare o
astrale, che della magia naturale costituisce il perno
centrale.
Questa serie era detta “filosofica” poiché si riteneva che
questo aspetto della scienza occulta si fosse manifestato
fuori dal tempio per la prima volta nelle antiche scuole
filosofiche, massimamente in quella che dai pitagorici
giunse fino ai neoplatonici.
Questa è anche la ragione per cui quando Agrippa di
Nettesheim nel 1533 decise di dare alle stampe un compendio
dei rudimenti basilari della sapienza ermetica, non seppe
far di meglio che intitolarlo per l’appunto De Occulta
Philosophia. Quest’opera, divenuta poi una pietra
miliare nella storia della bibliografia magica, nei suoi
primi due libri contiene un breve compendio di tutto ciò che
veniva insegnato in questa seconda serie.
La terza serie, detta “mistica”,
concerneva invece le prime e più elementari conoscenze
relative alle entità spirituali più vicine all’uomo. È
importante non confondere queste elevate entità, che
consentono un primo approccio alla magia divina, con le
forze naturali che venivano studiate nella seconda serie.
Nelle antiche sedi dei misteri, coloro che erano stati
ricevuti da poco e cominciavano appena ad esperire le prime
forme di contatto col mondo spirituale, prendevano il nome
di “misti” ad indicare il fatto che, come ci spiega
Kremmerz, essendo stati iniziati di recente erano ancora dei
quasi profani.[5]
Da qui il termine “mistico”, che pur essendo entrato a far
parte del comune lessico religioso conserva ancora oggi
l’essenza del suo significato originario; serve infatti a
designare colui che pur avendo avuto in qualche modo una
prima esperienza diretta del mondo spirituale, avendola
ottenuta per mezzo della fede e non della conoscenza, non è
in grado di riprodurla a volontà e di ottenerla quando
vuole. Ne consegue che i mistici delle grandi religioni, non
essendo in grado di produrre queste esperienze a volontà, le
considerano come un dono della divinità e non come una
propria conquista.
Da qui la differenza abissale che c’è fra il mistico di
qualsivoglia religione e l’iniziato, il quale non esiste
senza la conoscenza delle leggi segrete che reggono le
manifestazioni spirituali, pur riconoscendo che anche al
mistico è dato di vivere fenomeni simili a quelli che
vengono esperiti nei gradi più bassi dell’iniziazione.
Rari sono i testi che ci parlano in modo sistematico di
questa parte della iniziazione misterica; l’esempio migliore
resta forse il “De Mysteris” di Giamblico, nel quale sono
esposte in forma compendiosa le prime conoscenze spirituali
che venivano trasmesse nelle iniziazioni di matrice
egizio-ellenica.
La quarta serie, detta “ermetica”
o “cabalistica”,
prevedeva da ultimo lo studio delle conoscenze iniziatiche
più elevate, che andavano a completare quanto si era
cominciato ad apprendere ed esperire nella terza serie.
La ragione della sua denominazione è semplice:
ermetismo è il
nome complessivo che ha assunto tutta la tradizione
occidentale nel suo insieme, poiché si ritiene che essa
abbia avuto origine dagli insegnamenti di Hermete
Trismegisto, personaggio simbolico indicante il confluire
della prisca conoscenza egizia nella nascente civiltà greca.
Il luogo d’elezione di questa fusione fu, come abbiamo già
detto, Alessandria d’Egitto, fondata nella regione del delta
del Nilo dopo che Alessandro Magno ebbe conquistato quel
paese.
A parte i testi della cosiddetta
filosofia ermetica
di epoca alessandrina, preziosi ma limitati nella mole in
cui ci sono giunti, questo sapere è sopravvissuto ed è stato
trasmesso in occidente soprattutto grazie alla tradizione
cabalistica ebraica. Ciò significa che la parte più cospicua
e significativa del sapere egizio è potuto sopravvivere e
giungere sino a noi solo sotto la sua forma ebraizzata.[6]
Da qui il nome stesso del Rito: Misraim, ad indicare sì
l’Egitto ma nella sua forma ebraizzata, e questo vuol dire
molto a chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere.
È del tutto evidente peraltro la difficoltà enorme che si
erge di fronte a chi voglia accedere a questo sapere senza
conoscere l’idioma ebraico, ma anche di fronte a chi, pur
conoscendo l’ebraico, non dispone di un Maestro loquace che
gli possa sciogliere gli enigmi dell’astrusissima simbologia
cabalistica. Per questo Kremmerz ebbe a chiarire di essersi
assai prodigato in mille modi per cercare di tradurre i
principi della Scienza Sacra in un sistema non ebraizzato,
evitando così allo studioso di dover sudare lunghi anni sui
vecchi scartafacci della cabala.[7]
Fu proprio la forma eminentemente cabalistica dei gradi
successivi al 66° a far scrivere al Ragon quanto segue: “Il
Rito dei fratelli Bédarride è dal 1° alla 66° grado un
rafforzamento del Rito Antico ed Accettato in 33 gradi e di
diverse collazioni di gradi inventati in Francia e altrove a
partire dal 1730. Invero questo rito comincia realmente col
67° grado e si basa più che altro su soggetti biblici
coi quali la vera massoneria niente ha a che fare,[8]
e anche su soggetti relativi all’israelismo. Ciò non ha
alcun rapporto con l’Egitto, tanto anteriore a tutto ciò.
Ecco perché noi lo chiamiamo Rito Giudaico”.[9]
Naturalmente, giunto a questo punto dei propri studi,
l’iniziato veniva anche invitato a tentare le realizzazioni
più alte e a tal fine gli venivano concesse le necessarie
istruzioni.
Per la verità, va detto che solo i Fratelli più pronti
venivano avviati gradualmente alle pratiche ermetiche; per
tutti gli altri, ed erano la maggioranza, i gradi delle
varie serie prevedevano solo studio e preparazione teorica,
sicuramente di altissimo livello e incomparabile rispetto
agli attuali vaniloqui che salvo rare eccezioni
costituiscono il lavoro massonico.
Per la maggior parte dei Fratelli la pratica magica si
dischiudeva solo quando fossero giunti agli ultimi quattro
gradi del Rito, quale ricompensa per la costanza negli studi
filosofico-ermetici e per la loro provata dedizione ad un
lavoro costante di perfezionamento morale, secondo la
migliore tradizione pitagorica.
[10]
I Maestri del Rito erano tuttavia liberi, sotto la loro
responsabilità personale, di cominciare ad avviare fin da
subito alla pratica magica gli elementi più pronti e meglio
predisposti, ma questa non era la regola. A questo proposito
la prolissità di gradi del Rito di Misraim fu voluta per un
duplice motivo: prima di tutto per evitare che gli
impreparati e gli indegni potessero accedere ai segreti
della pratica magica, in seconda istanza fu voluta per
consentire anche a chi non era fin da subito idoneo alla
pratica magica, di venir avviato ad essa con assoluta
gradualità e, ciò che più conta, con una saldissima
preparazione teorica.
Sta di fatto che le chiavi segrete di tutta la pratica
magica erano custodite e trasmesse in quattro gradi segreti,
nascosti dentro e dietro gli ultimi quattro gradi del Rito,
87° - 88° - 89° - 90°, i quali formavano di per sé un
sistema rituale completo e perfetto, definito latinamente
Arcana Arcanorum, ovvero l’Arcano degli Arcani.
La segretezza di e su questo sistema era assoluta, e per
questo anche i rituali massonici che dovevano servire a
trasmettere di questi gradi erano velati da quattro gradi di
copertura, che prendevano il titolo di Sovrano Grande
Principe del Supremo Gran Consiglio dell’87° (88° - 89°
- 90°) Grado.
Così il titolo esteriore dell’89° grado era Sovrano Grande
Principe del Supremo Gran Consiglio dell’89° grado, Gran
Maestro Conservatore dell’Ordine per
La diversità è del tutto evidente: funzione amministrativa
la prima, iniziatica la seconda.
Naturalmente anche la tegolatura[11]
degli ultimi quattro gradi era doppia: prettamente massonica
quella esteriore, schiettamente ermetica quella interiore.
Gli ultimi quattro gradi del Rito erano quindi doppi e
quelli “esteriori”, come abbiamo già detto, erano destinati
a tutti coloro che erano chiamati a partecipare solo alla
vita amministrativa del Rito, pur non essendo ancora maturi
per la pratica magica.
A costoro veniva richiesta alta statura morale, rigore
nell’esercizio della vita massonica e obbedienza ai vertici
del Rito. Se necessario poteva accadere che venissero
investiti anche del 90° grado, che ovviamente era quello
esteriore, al fine di poter loro affidare importanti
incarichi amministrativi. Anche se costoro erano formalmente
dei 90°, non venivano loro trasmessi i segreti della pratica
magica.[12]
Accadeva così che all’interno del Sovrano Santuario, la
camera direttiva più alta di tutto il Rito, sedessero
persone che erano effettivi custodi e praticanti delle più
alte forme dell’iniziazione ermetica, assieme a persone che
pur avendo percorso tutta la carriera massonica e molto
studiato, per motivi specifici non avevano voluto o potuto
passare alla pratica.
Quando gli iniziati effettivi avevano la necessità di
riunirsi da soli, senza la presenza dei membri onorari,
indicevano la riunione di un Collegio chiamato “Sinedrio di
Pietra”, vero e proprio Capitolo Operante di cui facevano
parte solo i reali detentori delle conoscenze iniziatiche
del Rito.
Ciò garantiva un ultimo e definitivo livello di segretezza,
poiché i membri onorari del 90° grado non avrebbero potuto
rivelare segreti che non conoscevano.
Stando così le cose non ci
dobbiamo stupire di trovare nella storia del Misraim dei
90° che erano effettivi detentori dell’Arcana ed altre
persone che, pur essendo anch’esse giunte all’ultimo
grado, poco sapevano della pratica effettiva delle cose
segrete.
[1]
Fra la terza e la quarta serie, come vedremo, vi era
una sostanziale continuità, e ciò risulta altresì
dal fatto che coloro che erano giunti al 90° ed
ultimo grado del Rito, pur essendo ovviamente in
possesso di tutte e quattro le serie, erano soliti
firmarsi posponendo al loro nome la sigla 33 .·. 66
.·. 90 .·., che indicava il possesso distinto della
prima serie, della seconda, e della terza e quarta
insieme. Ma in ciò vi era anche l’esplicito intento
di alludere alla misteriosa sigla: 3 – 6 – 9.
Un buon kremmerziano dovrebbe
riconoscere immediatamente nella sigla misraimita la
chiave numerica a cui si allude negli aforismi di
Iriz ben Assir, sulla quale dovremo tornare. Lungi
dall’essere casuale, questo ulteriore elemento
dovrebbe servire a ribadire come la chiave
fondamentale del rito di Misraim provenga dal Nodo
Napoletano e come non sia in alcun modo possibile
comprendere la reale natura del Rito se si prescinde
da questo Nodo. Il simbolo del Nodo allude
ovviamente al centro occulto sedente a Napoli,
quello stesso che quasi un secolo dopo doveva
affidare a Giuliano Kremmerz la diffusione della
Miriam. [2] È vero che i moderni continuatori di una delle tante versioni spurie del Rito Egiziano hanno purtroppo operato questo tipo di trasposizione, ma è altrettanto vero che lo hanno fatto perché non erano in possesso dei rituali originali dei rispettivi gradi né del Misraim né del Memphis, ragion per cui hanno pensato bene di sostituire qualcosa che non possedevano con qualcosa che, viceversa, per loro era facile da ottenere, per l’appunto i 33 rituali del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
[3]
È forse il caso di specificare che il primo tempio
degli ebrei, quello detto di Salomone, fu edificato
a somiglianza dei templi egizi (si veda in
particolare quello dedicato ad Iside sull’isola di
File). Il secondo tempio invece, quello detto di
Zorobabele, fu edificato subito dopo il ritorno
dalla cattività babilonese e fu costruito ad
immagine dei templi babilonesi. Non solo
l’architettura ma anche la liturgia del primo e del
secondo tempio furono assai diverse; mentre quella
celebrata nel tempio di Salomone era speculare a
quella egizia, quella celebrata nel tempio di
Zorobabele era tutta ispirata all’angelologia
babilonese, e dette origine alla cosiddetta mistica
dei palazzi divini (Hekaloth) o del carro divino
(Merkavah).
La successione dei due templi si è più
tardi trasfusa nelle due principali suddivisioni di
tutto il sapere cabalistico, che si compone dello
studio dell’opera della creazione (Bereshith) e
dell’opera del carro (Merkavah). Ogni buon massone
dovrebbe sapere che senza lo studio di questi due
sistemi, cosmologico il primo ed angelologico il
secondo, è impossibile comprendere il senso della
successione dei gradi della maggior parte dei Riti
massonici, così come per un ermetista è impossibile
comprendere i testi fondamentali della pratica
magica, come l’Heptameron di Pietro d’Abano ad
esempio, cui Kremmerz rimanda costantemente.
Il fatto che nel seno dell’ebraismo, e
quindi della cabala, siano confluite entrambe le
correnti sapienziali, quella proveniente
dall’Egitto e quella proveniente da
Babilonia, non è ovviamente estraneo al fatto che
nei documenti e nei rituali del Grande Oriente
Egiziano si trovino sapientemente fusi elementi
magici provenienti sia dall’Egitto che dall’area
mesopotamica. [4] Valga per tutti l’esempio della stella a cinque punte per rappresentare sia il corpo dell’uomo che la proporzione aurea, onnipresente in natura laddove in essa compare la vita.
[5]
Si veda: “Ermes - Ermetismo - Scuola Ermetica”.
Commentarium, 1910.
Kremmerz stesso userà come titolo di uno
dei fascicoli riservati al cerchio esterno la
dicitura “Primo Contatto”. Questa espressione
rimanda ad esperienze fondamentali, ancorché
preliminari, di magia eonica. Sono esperienze che
debbono necessariamente essere attraversate e
vissute affinché, per induzione (isteresi) geni ed
eoni comincino a trasmutare il nucleo animico umano
e a predisporlo a contatti più elevati e sottili.
[6]
Nel capitolo III de “Magia Divinatoria – I
Tarocchi”, Kremmerz scrive in proposito: “
[7]
Kremmerz dà conto di questo lavoro in diversi punti
della sua opera. Valga per tutti il seguente
passaggio: “Perché
il volgare intenda questo nome (Miriam), senza aver
sudato sui vecchi scartafacci della cabala ebrea,
filosofia caduta in disgrazia dei moderni filosofi
perché è osso duro alle bocche meglio indurite ai
vetusti parlari delle scuole sapienti antiche,
s'immagini Miriam o come il tipo della più benefica
divinità, pulcrissima Diana, incantevole Iside
miracolosa, o come il simbolo di uno stato speciale
di purificazione dello spirito umano che è sorgente
di tutti i più maravigliosi portenti”. (Dal
Catechismo della
Miriam)
[8]
Stupisce leggere in Ragon una affermazione così
priva di fondamento dal momento che il mito fondante
di tutta la massonica consiste nell’uccisione di
Hiram, l’architetto del tempio del re Salomone,
esplicitamente citato nella bibbia. Su un aspetto
particolare del significato iniziatico di questo
mito avremo modo di tornare più avanti, quando
dovremo chiarire le prerogative e i poteri del
Maestro Venerabile di una Loggia.
[9]
Ragon scrive queste considerazioni nel suo
Ortodoxie Maconnique, pubblicato a Parigi nel
[10]
“Moralità purissima in vita austera” scrive
lapidario il Kremmerz per riassumere il senso di
tutta questa preparazione. Parole limpidissime che
risultano oscure solo a quei sordi che proprio non
vogliono sentire.
[11]
Nel gergo massonico si chiama
tegolatura
la tabella sinottica che riassume gli elementi
simbolici che contraddistinguono ogni grado: età,
parola sacra, parola di passo, ecc.
[12]
Ad esempio Lebano fu in ottime relazioni con
l’allora ministro Zanardelli. Non sappiamo se costui
facesse parte del Rito, ma se così fosse non ci
stupiremmo, data la sua elevata statura morale e
politica, che all’interno di esso gli venissero
conferiti alti gradi e incarichi particolari. |