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LA SCOMPARSA DEL MAESTRO TEMPO DI DECISIONI
Per
i più, forse per tutti, la notizia del decesso di Ciro Formisano,
avvenuto il 7 maggio 1930, giunse come un fulmine a ciel sereno.
Se
è vero che il Maestro aveva fatto cenno alla possibilità di questo
evento,[1]
è altrettanto vero che il modo in cui lo aveva fatto e l’accenno ad
alcuni suoi progetti futuri[2]
avevano indotto le persone messe sull’avviso a ritenere la morte del
Maestro come un fatto non imminente. Ma più di tutto, a rassicurare
i suoi discepoli che ancora c’era tempo, era stato il fatto che
Kremmerz non aveva ancora dato alcuna disposizione esplicita su cosa
fare, dopo il suo decesso, delle due Accademie ancora esistenti.
Sulle circostanze della sua morte esistono voci discordanti. Quanto
ha scritto Anglisani[3]
non coincide ad esempio con quanto riferito da Vincenzo Manzi a
Pietro Suglia in una lettera del giugno del ’45, in risposta ad una
lettera che Suglia gli aveva inviato in maggio.
Caro Pietro… è la voce di una amico che mi giunge nello stesso mese
delle rose e mi ha richiamato alla mente ciò che avvenne nel mese di
maggio 15 anni orsono.
Un
uomo nelle sembianze, un Dio nelle opere, banditore di una scienza
inaudita partiva per un lungo viaggio. Semplice nella vita comune,
grande nella vita intima, semplice e grande nella dipartita.
Il
5 maggio
Il
mattino del 7 maggio eravamo soli nella sua stanza, i familiari
erano a pranzo, intorno a noi regnava una pace e un silenzio come se
fossimo isolati dal mondo. A un certo punto mi disse sorridendo e
guardandomi con quegli occhioni pieni di bontà e fascino: Vinciè non
ti muovere voglio riposarmi, sorrise e chiuse gli occhi e dormì. Né
affanno, né un movimento turbò la sua immobilità. Dopo poco allentò
la stretta della mano. Erano le 16 del 7 maggio 1930.
…
Accorsero i familiari, vennero parenti ed amici, e con le formalità
umane calò il sipario sulla scena di un Grande. Ricordo il cordoglio
del popolo del luogo e fra le tante una grande corona a forma di
cuore di violette mammole con una semplice scritta: i beneficati del
comune di Beausoleil al loro Benefattore.[4] Giacomo Borracci, che nella sua qualità di avvocato era stato nominato esecutore testamentario del Maestro e in quanto suo discepolo più progredito era stato nominato primo intestatario dei diritti d’autore di tutta la sua opera,
fu
tempestivamente avvertito della morte dai familiari del Kremmerz,
dei quali oltretutto era divenuto parente poiché suo fratello aveva
sposato Gaetana, una delle figlie del Maestro.
Immediatamente si mise in viaggio per Beausoleil accompagnato per
l’occasione da Vinci Verginelli. Non andavano solo per una doverosa
vicinanza alla famiglia ma anche per una precisa ragione iniziatica:
non avendo il Maestro dato a voce nessuna disposizione o indicazione
su cosa fare della Miriam, erano certissimi che avesse lasciato le
sua volontà esposte per iscritto. Andavano quindi nella convinzione
che avrebbero trovato un suo testamento spirituale: doveva esserci
per forza!
Terminate le esequie cominciò la ricerca dei documenti iniziatici.
Sullo scrittoio del suo studio furono rinvenuti il testo pronto per
la pubblicazione degli ultimi due dialoghi[5]
e l’ultimo cordone consacrato dal Maestro assieme alla relativa
pagella.[6]
Non
avendo trovato nello studio nient’altro di significativo, tutta la
casa fu passata al setaccio con grande attenzione.[7]
L’espressione testuale che usò Verginelli raccontandoci le
circostanze e gli esiti di questa ricerca di cui era stato
protagonista in prima persona, fu: “non fu trovato un foglio.
Nulla!”
Tutto il materiale osirideo in suo possesso era stato evidentemente
distrutto o consegnato per tempo nelle mani giuste, segno
inequivocabile che Kremmerz ben sapeva ciò a cui andava incontro. In
quel momento a Verginelli tornarono in mente le pesanti valige che
involontariamente aveva visto portare
via dalla casa del Maestro solo pochi mesi prima, in febbraio, in
occasione della sua ultima visita.
Per
ciò che riguarda la successione l’articolo 48 delle Pragmatica cita:
“In
caso di morte, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna su cui
cadrà la scelta del Collegio Operante,
secondo speciale regola che
il circolo dei maestri conoscerà a suo tempo”.
Kremmerz non trasmise mai la regola da seguire per l’elezione della
terna su cui secondo
Sarà bene a questo punto aprire una piccola parentesi nella
narrazione dei fatti accaduti per evidenziare che quanto più volte è
stato asserito da taluni: “il Kremmerz non ha mai nominato un suo
successore”, non è una falsità storica, poiché di fatto è stato
così, ma è un grossolano errore concettuale poiché, come risulta da
una attenta lettura della Pragmatica,
Nell’ all’articolo 48 della Pragmatica non c’è scritto: nominerà il
suo successore e qualora non lo facesse, dal circolo dei maestri
sarà eletta una terna …; c’è scritto solo che dopo la sua morte sarà
il Collegio Operante a scegliere.
Questo è un punto fondamentale su cui occorre essere molto chiari:
Kremmerz fu sempre e solo un Delegato, ovvero l’espressione di un
Consesso superiore che lo incaricò di espletare una missione di
“semina”, e le scelte e le decisioni che dovevano essere prese
nell’espletare questo compito non furono prese autonomamente dal
Kremmerz ma vennero sempre e solo dall’Alto. In caso di morte,
Tornando alla storia, superato lo sconcerto iniziale, i membri del
Consiglio Magistrale decisero che la cosa migliore da fare fosse
lasciar passare qualche tempo per dar modo ad un incaricato del
G.O.E. di prendere contatti con loro, dal momento che morto Kremmerz
a loro non era più dato di mettersi in contatto diretto con il
Grande Oriente Egiziano.[10]
Purtroppo attesero invano e quando fu chiaro che ciò non sarebbe
accaduto a breve, si resero conto che nell’attesa toccava a loro
decidere cosa fare, cioè se chiudere tutto o proseguire.
I
presidi delle due Accademie ritennero che la cosa più sensata da
fare, al di là delle loro evidenti responsabilità personali, fosse
quella di indire una riunione del Collegio Magistrale estesa a tutti
i Fratelli osiridei per sentire dalla viva voce di ognuno se nel
corso di qualche colloquio col Maestro avessero ricevuto precise
disposizioni o anche solo semplici indicazioni sul da farsi.
Fu
dunque organizzata una riunione alla quale furono invitati tutti i
discepoli osiridei e a cui tutti parteciparono.[11]
Secondo quanto ci è stato riferito il tono con cui la riunione si
svolse fu assolutamente cordiale, e in quell’occasione ognuno fu
invitato a manifestare le proprie credenziali iniziatiche poiché, se
qualcuno aveva ricevuto oralmente un mandato particolare o
particolari disposizioni, quello era il momento di renderlo noto a
tutti gli altri Fratelli.
Ognuno parlò esplicitando fraternamente la propria posizione
iniziatica e il risultato fu che, con grande umiltà e sincerità, pur
fra conseguimenti differenti, ciascuno ammise di non aver raggiunto
il grado di Maestro Iniziatore, per quanto concerneva l’Ordine, e di
non aver ricevuto alcun mandato particolare né alcuna indicazione
specifica per quanto concerneva
Di
fronte a questo stato di cose, una realtà fu subito chiara ed
evidente a tutti e su di essa tutti furono pienamente concordi:
relativamente all’aspetto osirideo del percorso iniziatico, poiché i
rapporti con il G.O.E. risultavano al momento interrotti e poiché
nessuno di loro aveva ancora raggiunto il grado di Maestro
Iniziatore, risultava assolutamente impossibile l’ammissione di
nuovi membri a quella parte del cammino iniziatico, per quanto
qualificati essi fossero.
La
via osiridea doveva dunque considerarsi “sospesa” o per meglio dire
non praticabile fino a quando non fossero stati ripristinati i
contatti con l’Ordine o uno di loro non avesse conseguito il grado
di Maestro Iniziatore.[13]
Ognuno continuò quindi nel massimo riserbo le proprie pratiche
osiridee secondo le indicazioni personali ricevute direttamente dal
Kremmerz, guidato eventualmente in esse da un Fratello più anziano
laddove questo era stato specificamente predisposto dal Kremmerz con
indicazione della persona, dei tempi e dei modi.
Restava però il problema della Miriam o meglio delle due Accademie
ancora operanti, poiché tutti i presenti erano ben consapevoli dei
limiti che la mancanza di un legame diretto con il G.O.E. avrebbe
comportato anche per il normale cammino isiaco. Poiché Kremmerz non
aveva dato alcuna indicazione
esplicita, né in un senso né nell’altro, appariva chiaro che
l’intento del Maestro fosse stato quello di lasciare interamente a
loro la scelta e la responsabilità di continuare o meno a lavorare
alla sua missione.
Di
fronte all’onere che per loro avrebbe rappresentato l’andare avanti
senza il sostegno del Maestro, il primo pensiero fu quello di
sospendere anche l’ammissione dei nuovi aspiranti alla Miriam, ma su
questo i due presidi introdussero un elemento di riflessione di cui
gli altri ancora non erano a conoscenza: se da un lato Kremmerz non
aveva lasciato la regola con cui far ricadere la scelta del Capitolo
Operante sulla terna nominata dal collegio magistrale –
perfettamente inutile quindi il nominarla – aveva tuttavia qualche
tempo prima di morire provveduto a rimettere nelle loro mani, e solo
nelle loro,[14]
la formula tradizionale per la consacrazione dei cordoni, assai
gravida di responsabilità poiché implica l’arte di legare l’uomo
alla divinità attraverso un rito ben preciso.
La
situazione appariva quindi paradossale: Kremmerz non aveva lasciato
alcuna indicazione sul da farsi, ma aveva consegnando personalmente
a Borracci e a Bonabitacola la formula per la consacrazione dei
cordoni, e con ciò li aveva messi in grado, al momento della sua
scomparsa, di dare una continuità, anche se non piena assai ampia,
al cammino isiaco.
I
due presidi dunque, interpretarono il gesto di Kremmerz come un
messaggio implicito diretto ai suoi discepoli migliori affinché a
tempo debito si facessero carico di continuare a “lavorare
indefessamente alla diffusione della Grande Opera”. Nonostante le
evidenti limitazioni cui le circostanze li costringevano, in totale
autonomia sia pur col pieno sostegno morale e materiale dei loro
Fratelli osiridei, decisero dunque che avrebbero continuato a
mantenere in vita le rispettive Accademie, curando la parte isiaca
del cammino e diffondendola attraverso nuove ammissioni. In breve,
decisero di fare il meglio possibile e fino a quando ciò
fosse stato possibile, cioè fino a che le circostanze avessero
consentito di farlo nei modi purissimi che Kremmerz aveva insegnato
loro.
Decisero dunque concordemente di andare avanti, cercando di fare “il
meglio relativo”, come Suglia amava dire citando il Maestro.
Per
questo accettarono facendosene carico in prima persona; di questo
oggi noi siamo ben consapevoli, sappiamo di essere grandemente in
debito con loro e desideriamo ringraziarli per questo e rendergli
onore.
Così fu concordato con l’assenso di tutti che i due presidi
avrebbero portato avanti nei modi previsti quanto atteneva
all’iniziazione isiaca, sino a che le circostanze lo avessero
consentito. Per quanto invece riguardava l’aspetto osirideo, si
separarono con la promessa reciproca che il primo che fosse riuscito
a ristabilire i contatti con l’Ordine o fosse divenuto Maestro
Iniziatore ne avrebbe data immediata notizia agli altri, per il
ristabilimento della piena gerarchia ed operatività.
Così fu deciso e con questa promessa reciproca sciolsero la riunione
e si separarono.
Nonostante le limitazioni imposte dal fascismo, sia a Roma che a
Bari le attività delle due accademie proseguirono realizzando tra
l’altro nuove iscrizioni. A far data dalla morte di Kremmerz a
nessuno dei due presidi venne mai in mente di scimmiottare il
Maestro dando ai nuovi iscritti pseudo-genialità complementari[15],
ma limitandosi alla consacrazione e alla consegna dei cordoni. Erano
sì in grado di redigere brevi profili astrologici in virtù del
cospicuo materiale loro lasciato ma non di assegnare geni personali
o di consacrare anelli agli anziani, e men che mai di fare anelli
d’oro per i terapeuti, cosa questa che avveniva solo al momento
della prima iscrizione al G.O.E., in qualità di dipendenti, da non
confondere mai con l’iniziazione rituale alla pratiche solari che
poteva anche non seguire mai nel corso dell’intera vita.
Ovviamente queste nuove iscrizioni non hanno mai avuto bisogno, per
essere regolari, di venire registrate o vidimate da alcuna
Segreteria Generale della Scuola, anche perché tale Segreteria non
esisteva più dal 1913, essendo stata sostituita dalle rispettive
segreterie delle due Accademie, che operavano in modo del tutto
autonomo.[16]
Il
19 luglio 1943 Giacomo Borracci morì. Già da tempo aveva provveduto
a bruciare nel caminetto del suo studio tutti i documenti riservati
in suo possesso, compresa la sua copia della formula per consacrare
i cordoni. Trasmise solo a Verginelli, in occasione del loro ultimo
incontro, degli importanti registri dell’accademia Pitagora che
voleva fossero custoditi e trasmessi.
Con
la morte di Borracci l’accademia Pitagora cessò formalmente ogni
attività poiché egli non ritenne – e solo lui poteva farlo visto che
a lui Kremmerz l’aveva lasciata – di darle una continuità chiamando
qualcuno degli osiridei ancora in vita a succedergli come preside.
Disse invece a tutti i Fratelli ancora rimasti a Bari nonostante la
guerra, di confluire dopo la fine del conflitto nel Circolo
Virgiliano di Roma e di farsi seguire da Giovanni Bonabitacola. E la
maggior parte dei suoi discepoli così fece, a cominciare dai suoi
familiari, così come attestano i registri del Circolo Virgiliano e
come sempre ci hanno ripetuto Donna Sofia Borracci, sua figlia, e la
dott.ssa Prudenzina Giannelli, vera pietra miliare della Miriam
barese, per il suo valore fatta entrare nella Miriam da Kremmerz in
persona a 16 anni, nonostante non fosse ancora maggiorenne.
Dal
1943, messa in sonno l’Accademia Pitagora in attesa che un Maestro –
e solo un Maestro – la venga a risvegliare se lo riterrà giusto e
necessario, il Circolo Virgiliano è rimasto l’unico nucleo miriamico
operante con la rituaria integrale che Kremmerz lasciò ai presidi e
per i presidi.
Nel
1945 anche Bonabitacola passò a miglior vita a causa di un
intervento chirurgico. “Fortunatamente”, memore di quanto Kremmerz
aveva previsto o predeterminato[17],
Bonabitacola già da tempo aveva chiesto a Pietro Suglia di
prepararsi a succedergli alla guida del Circolo.
Inutilmente Suglia, che allora era impiegato come geometra presso
gli uffici di Napoli delle Ferrovie dello Stato, fece presente che
gli sarebbe stato pressoché impossibile riuscire ad ottenere un
trasferimento da Napoli a Roma. Per nulla preoccupato, molto
semplicemente, Bonabitacola gli rispose: “Non ti preoccupare Pietro,
tu chiedi il trasferimento e se deve essere, sarà”.
Naturalmente lo ottenne e lo ottenne subito.
Così si trasferì a Roma e non appena Bonabitacola morì, Suglia
divenne il nuovo preside del Circolo Virgiliano di Roma, pienamente
investito dei suoi poteri.
È
risaputo che per poter svolgere integralmente questo incarico, e per
altre valenti ragioni, Suglia ricevette da Bonabitacola un plico
contenete l’intera rituaria miriamica e materiale osirideo “gravido
di onerose responsabilità”.
Ma
colui che Kremmerz aveva allevato iniziaticamente fin da giovane,
che stimava e cui era fortemente affezionato, tanto da chiamarlo
affettuosamente “Pietruccio mio”, come già abbiamo detto, era
perfettamente in grado di farsi carico di queste responsabilità e di
fronteggiare le deviazioni che da lì a poco avrebbero avuto origine
dall’operato di Domenico Lombardi, come vedremo nel prossimo
capitolo.
[1]
Si veda la nota 4 del capitolo relativo
agli anni 1912 -1913.
[2]
Nella prefazione ai Dialoghi sull’ermetismo, datata marzo
1929, egli scrive: “Come non vi ho messo niente di mio
perché questo primo volume fosse stampato, non
spenderò niente, neanche una parola, perché a questo non
succedano altri volumi con altri dialoghi. Tanto non ci
riuscirei, gli amici editori non mi ascolterebbero”. I
suoi più intimi collaboratori erano infatti al corrente del
fatto che egli stava lavorando alla revisione di ulteriori
dialoghi che, come già esposto precedentemente, non sono
affatto una invenzione letteraria, ma la revisione appunto
di dialoghi realmente avvenuti e che erano stati
stenografati.
In merito a questo lavoro che stava facendo, scrisse in una
lettera indirizzata a Quadrelli il 18 - 2 - 1929: “Tra un
mesetto i nostri amici pubblicheranno un primo volume dei
miei dialoghi ermetici. Sono i primi sette. Tra cinque o sei
mesi sarà pubblicato il secondo volume”.
[3]
Ci siamo già espressi sulle forti
riserve che abbiamo sia su di lui sia su ogni altra fonte
che non provenga da un contatto diretto col Kremmerz.
[4]
Come Borri, Cagliostro e molti altri Adepti prima di lui,
anche Kremmerz era solito passeggiare fra i quartieri più
poveri delle città in cui risiedeva, distribuendo
gratuitamente alla gente semplice e umile del popolo
consigli di ogni sorta, compresi – solo quando strettamente
necessario - numeri da giocare al lotto per risolvere le
loro pene finanziarie ma soprattutto rimedi per la salute.
Sempre gratis et amore dei.
[5]
Della loro pubblicazione Borracci incaricò subito Vinci
Verginelli, il quale ne curò l’edizione che uscì l’anno
successivo.
[6]
Appartenevano alla contessa Olimpia Parenti Cenami, la quale
ha fatto parte del Circolo Virgiliano di Roma per tutto il
resto della sua vita.
[7]
Scrive la figlia Gaetana nel suo diario: “Un mese passammo
in quella triste casa vuota della sua vita, per riordinare
tutto il suo studio e per prepararci a partire con mio
fratello ammalato e mia mamma. E ci aiutarono molti fratelli
B., G., V. [8] La questione, ora accennata, sarà ripresa nel proseguo della Storia quando tratteremo della questione Lombardi.
[9]
Su questo aspetto della faccenda dovrebbero riflettere molto
coloro che ritengono
[10]
Come risulta dagli statuti del G.O.E., i
discepoli di ogni Maestro non potevano e non dovevano avere
alcun contatto con le superiori gerarchie dell’Ordine se non
attraverso il loro Iniziatore. “Il maestro iniziatore può
coi suoi dipendenti formare compagnie di operazioni per fini
comuni, a tale scopo resta espressamente proibito ai neofiti
facenti parte di una compagnia, di avere comunioni o
rapporto con neofiti, maestri o maestre di compagnia
estranea, sia anche dipendente dallo stesso maestro
iniziatore, se questo, per il suo grado elevato, ne ha
costituite diverse per i lavori del Sinedrio”. (Art. 19
degli Statuti del G.O.E.)
La ragione di questa
vera e propria compartimentazione delle Logge Osiridee, era
tutta nella necessità della assoluta sicurezza che doveva
essere garantita ai Maestri dell’Ordine e che per nessuna
ragione poteva essere violata. Lo stesso Galleani, per
quanto discepolo della prima ora del Kremmerz, non conosceva
affatto l’identità profana dei Maestri, e questo lo indusse
fra l’altro a fare confusione tra Ottaviano Koch,
affittuario della sede del Circolo Virgiliano di Roma, e
N.R. Ottaviano, già segretario generale del G.O.E. I suoi
appunti, mal interpretati dai più, erano un modo del
Galleani di mettere ordine nella facile confusione tra nomi
propri e pseudonimi di persone con cui aveva indirettamente
a che fare. Nello specifico il Galleani distingue
l’ingegnere Ottaviano Koch (nome e cognome)
da N.R. Ottaviano (dove Ottaviano è uno pseudonimo).
[11]
Di questa riunione abbiamo avuto la
testimonianza orale di alcuni dei partecipanti, e
precisamente Pietro Suglia, Vinci Verginelli, Gino
Muciaccia, Gerolamo Moggia e Vincenzo Manzi, i quali ne
hanno parlato sempre in maniera concorde. Inoltre, anche la
figlia di Kremmerz, Gaetana, nei suoi diari parla di una
riunione tenuta dopo la morte del padre senza poter fare,
ovviamente, alcun riferimento ai contenuti.
[12]
Alla luce di tutto questo, stupisce non poco leggere quanto
asserì molti anni dopo Domenico Lombardi quando affermò di
aver ricevuto un mandato orale dal Kremmerz; tanto più
perché ciò è assolutamente contrario a quanto nello
specifico è previsto dalla Pragmatica, la cui applicazione
proprio Lombardi e i suoi continuatori vogliono immutata e
immutabile. [13] Questo grado comporta grandi realizzazioni iniziatiche che prevedono fra l’altro la capacità di saper leggere chiaramente nell’animo dell’aspirante e di saper vedere il cammino iniziatico da lui già percorso nelle sue vite precedenti, e ciò affinché vi sia garanzia sufficiente riguardo al fatto che egli possa affrontare le nuove pratiche iniziatiche senza andare in frantumi animicamente o fisicamente parlando, senza partorire entità mostruose o più semplicemente senza tradire. A coloro che gagliardamente si sentono in animo di affrontare tutto e tutto chiedono, sentendosi indignati se qualcuno gli risponde che a certe pratiche non bisogna pensare se non si è pronti, rispondiamo con le parole del Kremmerz. La domanda rassomiglia per la sua ingenuità a quella sciocca di un bambino che visitava il tempio di San Pietro:
- Papà perchè non mi compri una cupola di S. Pietro per
metterla sulla nostra casa? Il babbo sorridendo disse al
figliuolo:
- Caro bimbo, la
nostra casa non è per quella cupola, bisogna prima preparare
la casa e poi vi porteremo la cupola.
Può essere Iniziatore
solo chi è in grado non di presumere ma di sapere se la casa
reggerà.
[14]
Ovvero in quelle di Borracci e di Bonabitacola.
[15]
La redazione della pagella implicava – e ne abbiamo le prove
– una percezione diretta da parte del Maestro delle vite
precedenti dell’aspirante e sulla base del livello raggiunto
(e non della sola data di nascita), dello specifico genio
complementare percepito anch’esso per visione diretta.
[16]
Dal punto di vista storico risulta veramente “arcana” (ma
divertente) la lettura di quanto affermato a pag. 35 de
La verità che appare
ormai evidente è che
C’è da chiedersi,
ironicamente, come abbiano fatto tutti quei poveretti che
sono entrati nella Miriam dopo il 1913, ancora vivente
Kremmerz, o dopo la sua dipartita con Borracci o con
Bonabitacola, a sentirsi regolari senza il timbro e la firma
“del Segretario Generale nella persona di Domenico
Lombardi”. E lui stesso, come poteva dormire sonni
tranquilli sapendo che in assenza del suo timbro a secco, il
normale timbro a umido e la firma dei segretari delle
rispettive Accademie di appartenenza non erano sufficienti a
fare dei Miriamici regolari?
Sarà bene ribadire
ancora una volta che dal
Da allora in poi,
come già abbiamo detto, con Kremmerz o senza Kremmerz,
esistettero sempre e soltanto due Accademie unite da un
unico ideale ma di fatto totalmente indipendenti, le cui
segreterie erano del tutto autonome e sufficienti per ciò
che occorreva alla loro vita amministrativa, mentre i
Presidi provvedevano a quella iniziatica con ben altri
strumenti che non dei timbri a fresco o a secco. E questo
con buona pace non solo di Lombardi ma di tutti.
D’altro canto, se
Kremmerz avesse desiderato che anche dopo il 1913 Lombardi
continuasse a svolgere il compito di Segretario Generale
siglando l’iscrizione di ogni nuovo Fratello, egli lo
avrebbe fatto e avrebbe continuato a farlo anche dopo la
morte del Maestro, e nessuno mai si sarebbe opposto ad una
disposizione del Kremmerz.
Quindi, se non lo
fece dopo il 1930 è semplicemente perché già da prima non lo
faceva, e questo non da un anno o due ma da ben 17 anni.
Altro che “tacque”.
[17]
“Vi accennai in una mia lettera precedente, che non mi
ero preoccupato delle cose della nostra scuola a Roma perché
essa ha una vitalità propria, abbia o non abbia come
dirigente il Signor Kremmerz.” (Dalla lettera a
Quadrelli del 25 marzo 1929) Secondo alcuni vecchissimi
Fratelli dei Circolo entrati ancora ai tempi di
Bonabitacola, questa “previsione” del Maestro non sarebbe
estranea ai destini stessi di Roma, e sempre da questo punto
di vista tutt’altro che casuale sarebbe stata l’insegna
della fenice che compariva nella sua prima sede. |