LA SCOMPARSA DEL MAESTRO

 TEMPO DI DECISIONI

 

Per i più, forse per tutti, la notizia del decesso di Ciro Formisano, avvenuto il 7 maggio 1930, giunse come un fulmine a ciel sereno.

Se è vero che il Maestro aveva fatto cenno alla possibilità di questo evento,[1] è altrettanto vero che il modo in cui lo aveva fatto e l’accenno ad alcuni suoi progetti futuri[2] avevano indotto le persone messe sull’avviso a ritenere la morte del Maestro come un fatto non imminente. Ma più di tutto, a rassicurare i suoi discepoli che ancora c’era tempo, era stato il fatto che Kremmerz non aveva ancora dato alcuna disposizione esplicita su cosa fare, dopo il suo decesso, delle due Accademie ancora esistenti.  

Sulle circostanze della sua morte esistono voci discordanti. Quanto ha scritto Anglisani[3] non coincide ad esempio con quanto riferito da Vincenzo Manzi a Pietro Suglia in una lettera del giugno del ’45, in risposta ad una lettera che Suglia gli aveva inviato in maggio.

Caro Pietro… è la voce di una amico che mi giunge nello stesso mese delle rose e mi ha richiamato alla mente ciò che avvenne nel mese di maggio 15 anni orsono.

Un uomo nelle sembianze, un Dio nelle opere, banditore di una scienza inaudita partiva per un lungo viaggio. Semplice nella vita comune, grande nella vita intima, semplice e grande nella dipartita.

Il 5 maggio 1930 mi giunge un telegramma: Vieni subito perché malato.

Il mattino del 7 maggio eravamo soli nella sua stanza, i familiari erano a pranzo, intorno a noi regnava una pace e un silenzio come se fossimo isolati dal mondo. A un certo punto mi disse sorridendo e guardandomi con quegli occhioni pieni di bontà e fascino: Vinciè non ti muovere voglio riposarmi, sorrise e chiuse gli occhi e dormì. Né affanno, né un movimento turbò la sua immobilità. Dopo poco allentò la stretta della mano. Erano le 16 del 7 maggio 1930.

… Accorsero i familiari, vennero parenti ed amici, e con le formalità umane calò il sipario sulla scena di un Grande. Ricordo il cordoglio del popolo del luogo e fra le tante una grande corona a forma di cuore di violette mammole con una semplice scritta: i beneficati del comune di Beausoleil al loro Benefattore.[4]

Documento - Giuliano Kremmerz        Documento - Giuliano Kremmerz

Giacomo Borracci, che nella sua qualità di avvocato era stato nominato esecutore testamentario del Maestro e in quanto suo discepolo più progredito era stato nominato primo intestatario dei diritti d’autore di tutta la sua opera,

Documento - Giuliano Kremmerz

fu tempestivamente avvertito della morte dai familiari del Kremmerz, dei quali oltretutto era divenuto parente poiché suo fratello aveva sposato Gaetana, una delle figlie del Maestro.  

Immediatamente si mise in viaggio per Beausoleil accompagnato per l’occasione da Vinci Verginelli. Non andavano solo per una doverosa vicinanza alla famiglia ma anche per una precisa ragione iniziatica: non avendo il Maestro dato a voce nessuna disposizione o indicazione su cosa fare della Miriam, erano certissimi che avesse lasciato le sua volontà esposte per iscritto. Andavano quindi nella convinzione che avrebbero trovato un suo testamento spirituale: doveva esserci per forza!

Terminate le esequie cominciò la ricerca dei documenti iniziatici. Sullo scrittoio del suo studio furono rinvenuti il testo pronto per la pubblicazione degli ultimi due dialoghi[5] e l’ultimo cordone consacrato dal Maestro assieme alla relativa pagella.[6]

Non avendo trovato nello studio nient’altro di significativo, tutta la casa fu passata al setaccio con grande attenzione.[7] L’espressione testuale che usò Verginelli raccontandoci le circostanze e gli esiti di questa ricerca di cui era stato protagonista in prima persona, fu: “non fu trovato un foglio. Nulla!”

Tutto il materiale osirideo in suo possesso era stato evidentemente distrutto o consegnato per tempo nelle mani giuste, segno inequivocabile che Kremmerz ben sapeva ciò a cui andava incontro. In quel momento a Verginelli tornarono in mente le pesanti valige che involontariamente aveva visto  portare via dalla casa del Maestro solo pochi mesi prima, in febbraio, in occasione della sua ultima visita.

Per ciò che riguarda la successione l’articolo 48 delle Pragmatica cita:

In caso di morte, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna su cui cadrà la scelta del Collegio Operante, secondo speciale regola che il circolo dei maestri conoscerà a suo tempo”.

Kremmerz non trasmise mai la regola da seguire per l’elezione della terna su cui secondo la Pragmatica sarebbe dovuta cadere la scelta di un membro da parte del Collegio Operante del Grande Oriente Egiziano; si può dunque facilmente comprendere lo sconcerto che in un primo momento colse i discepoli del Maestro. D’altro canto, poiché era dal 1 gennaio 1913 che la Pragmatica non veniva più formalmente applicata e che la Fratellanza di Miriam non aveva più un Delegato Generale, una tale circostanza non li preoccupò eccessivamente, convinti com’erano che comunque di lì a breve qualche emissario del Grande Oriente Egiziano li avrebbe contattati trasmettendo loro le disposizioni di quel supremo consesso.

Sarà bene a questo punto aprire una piccola parentesi nella narrazione dei fatti accaduti per evidenziare che quanto più volte è stato asserito da taluni: “il Kremmerz non ha mai nominato un suo successore”, non è una falsità storica, poiché di fatto è stato così, ma è un grossolano errore concettuale poiché, come risulta da una attenta lettura della Pragmatica, la Delega che Kremmerz aveva ricevuto non prevedeva il fatto di poter nominare motu proprio il suo successore[8].

Nell’ all’articolo 48 della Pragmatica non c’è scritto: nominerà il suo successore e qualora non lo facesse, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna …; c’è scritto solo che dopo la sua morte sarà il Collegio Operante a scegliere.

Questo è un punto fondamentale su cui occorre essere molto chiari: Kremmerz fu sempre e solo un Delegato, ovvero l’espressione di un Consesso superiore che lo incaricò di espletare una missione di “semina”, e le scelte e le decisioni che dovevano essere prese nell’espletare questo compito non furono prese autonomamente dal Kremmerz ma vennero sempre e solo dall’Alto. In caso di morte, la Delega non prevedeva affatto che egli potesse per tempo nominare un suo successore: i poteri sarebbero tornati ipso facto nelle mani del consesso delegante e solo ad esso sarebbe spettata la scelta fra una terna di papabili.[9]

Tornando alla storia, superato lo sconcerto iniziale, i membri del Consiglio Magistrale decisero che la cosa migliore da fare fosse lasciar passare qualche tempo per dar modo ad un incaricato del G.O.E. di prendere contatti con loro, dal momento che morto Kremmerz a loro non era più dato di mettersi in contatto diretto con il Grande Oriente Egiziano.[10]

Purtroppo attesero invano e quando fu chiaro che ciò non sarebbe accaduto a breve, si resero conto che nell’attesa toccava a loro decidere cosa fare, cioè se chiudere tutto o proseguire.

I presidi delle due Accademie ritennero che la cosa più sensata da fare, al di là delle loro evidenti responsabilità personali, fosse quella di indire una riunione del Collegio Magistrale estesa a tutti i Fratelli osiridei per sentire dalla viva voce di ognuno se nel corso di qualche colloquio col Maestro avessero ricevuto precise disposizioni o anche solo semplici indicazioni sul da farsi.

Fu dunque organizzata una riunione alla quale furono invitati tutti i discepoli osiridei e a cui tutti parteciparono.[11] Secondo quanto ci è stato riferito il tono con cui la riunione si svolse fu assolutamente cordiale, e in quell’occasione ognuno fu invitato a manifestare le proprie credenziali iniziatiche poiché, se qualcuno aveva ricevuto oralmente un mandato particolare o particolari disposizioni, quello era il momento di renderlo noto a tutti gli altri Fratelli.  

Ognuno parlò esplicitando fraternamente la propria posizione iniziatica e il risultato fu che, con grande umiltà e sincerità, pur fra conseguimenti differenti, ciascuno ammise di non aver raggiunto il grado di Maestro Iniziatore, per quanto concerneva l’Ordine, e di non aver ricevuto alcun mandato particolare né alcuna indicazione specifica per quanto concerneva la Miriam.[12] 

Di fronte a questo stato di cose, una realtà fu subito chiara ed evidente a tutti e su di essa tutti furono pienamente concordi: relativamente all’aspetto osirideo del percorso iniziatico, poiché i rapporti con il G.O.E. risultavano al momento interrotti e poiché nessuno di loro aveva ancora raggiunto il grado di Maestro Iniziatore, risultava assolutamente impossibile l’ammissione di nuovi membri a quella parte del cammino iniziatico, per quanto qualificati essi fossero.

La via osiridea doveva dunque considerarsi “sospesa” o per meglio dire non praticabile fino a quando non fossero stati ripristinati i contatti con l’Ordine o uno di loro non avesse conseguito il grado di Maestro Iniziatore.[13]

Ognuno continuò quindi nel massimo riserbo le proprie pratiche osiridee secondo le indicazioni personali ricevute direttamente dal Kremmerz, guidato eventualmente in esse da un Fratello più anziano laddove questo era stato specificamente predisposto dal Kremmerz con indicazione della persona, dei tempi e dei modi.

Restava però il problema della Miriam o meglio delle due Accademie ancora operanti, poiché tutti i presenti erano ben consapevoli dei limiti che la mancanza di un legame diretto con il G.O.E. avrebbe comportato anche per il normale cammino isiaco. Poiché Kremmerz non aveva dato  alcuna indicazione esplicita, né in un senso né nell’altro, appariva chiaro che l’intento del Maestro fosse stato quello di lasciare interamente a loro la scelta e la responsabilità di continuare o meno a lavorare alla sua missione.

Di fronte all’onere che per loro avrebbe rappresentato l’andare avanti senza il sostegno del Maestro, il primo pensiero fu quello di sospendere anche l’ammissione dei nuovi aspiranti alla Miriam, ma su questo i due presidi introdussero un elemento di riflessione di cui gli altri ancora non erano a conoscenza: se da un lato Kremmerz non aveva lasciato la regola con cui far ricadere la scelta del Capitolo Operante sulla terna nominata dal collegio magistrale – perfettamente inutile quindi il nominarla – aveva tuttavia qualche tempo prima di morire provveduto a rimettere nelle loro mani, e solo nelle loro,[14] la formula tradizionale per la consacrazione dei cordoni, assai gravida di responsabilità poiché implica l’arte di legare l’uomo alla divinità attraverso un rito ben preciso.  

La situazione appariva quindi paradossale: Kremmerz non aveva lasciato alcuna indicazione sul da farsi, ma aveva consegnando personalmente a Borracci e a Bonabitacola la formula per la consacrazione dei cordoni, e con ciò li aveva messi in grado, al momento della sua scomparsa, di dare una continuità, anche se non piena assai ampia, al cammino isiaco.

I due presidi dunque, interpretarono il gesto di Kremmerz come un messaggio implicito diretto ai suoi discepoli migliori affinché a tempo debito si facessero carico di continuare a “lavorare indefessamente alla diffusione della Grande Opera”. Nonostante le evidenti limitazioni cui le circostanze li costringevano, in totale autonomia sia pur col pieno sostegno morale e materiale dei loro Fratelli osiridei, decisero dunque che avrebbero continuato a mantenere in vita le rispettive Accademie, curando la parte isiaca del cammino e diffondendola attraverso nuove ammissioni. In breve, decisero di fare il meglio possibile e fino a quando ciò fosse stato possibile, cioè fino a che le circostanze avessero consentito di farlo nei modi purissimi che Kremmerz aveva insegnato loro.

Decisero dunque concordemente di andare avanti, cercando di fare “il meglio relativo”, come Suglia amava dire citando il Maestro.

Per questo accettarono facendosene carico in prima persona; di questo oggi noi siamo ben consapevoli, sappiamo di essere grandemente in debito con loro e desideriamo ringraziarli per questo e rendergli onore.

Così fu concordato con l’assenso di tutti che i due presidi avrebbero portato avanti nei modi previsti quanto atteneva all’iniziazione isiaca, sino a che le circostanze lo avessero consentito. Per quanto invece riguardava l’aspetto osirideo, si separarono con la promessa reciproca che il primo che fosse riuscito a ristabilire i contatti con l’Ordine o fosse divenuto Maestro Iniziatore ne avrebbe data immediata notizia agli altri, per il ristabilimento della piena gerarchia ed operatività.

Così fu deciso e con questa promessa reciproca sciolsero la riunione e si separarono.

Nonostante le limitazioni imposte dal fascismo, sia a Roma che a Bari le attività delle due accademie proseguirono realizzando tra l’altro nuove iscrizioni. A far data dalla morte di Kremmerz a nessuno dei due presidi venne mai in mente di scimmiottare il Maestro dando ai nuovi iscritti pseudo-genialità complementari[15], ma limitandosi alla consacrazione e alla consegna dei cordoni. Erano sì in grado di redigere brevi profili astrologici in virtù del cospicuo materiale loro lasciato ma non di assegnare geni personali o di consacrare anelli agli anziani, e men che mai di fare anelli d’oro per i terapeuti, cosa questa che avveniva solo al momento della prima iscrizione al G.O.E., in qualità di dipendenti, da non confondere mai con l’iniziazione rituale alla pratiche solari che poteva anche non seguire mai nel corso dell’intera vita.

Ovviamente queste nuove iscrizioni non hanno mai avuto bisogno, per essere regolari, di venire registrate o vidimate da alcuna Segreteria Generale della Scuola, anche perché tale Segreteria non esisteva più dal 1913, essendo stata sostituita dalle rispettive segreterie delle due Accademie, che operavano in modo del tutto autonomo.[16]

Il 19 luglio 1943 Giacomo Borracci morì. Già da tempo aveva provveduto a bruciare nel caminetto del suo studio tutti i documenti riservati in suo possesso, compresa la sua copia della formula per consacrare i cordoni. Trasmise solo a Verginelli, in occasione del loro ultimo incontro, degli importanti registri dell’accademia Pitagora che voleva fossero custoditi e trasmessi.

Con la morte di Borracci l’accademia Pitagora cessò formalmente ogni attività poiché egli non ritenne – e solo lui poteva farlo visto che a lui Kremmerz l’aveva lasciata – di darle una continuità chiamando qualcuno degli osiridei ancora in vita a succedergli come preside.

Disse invece a tutti i Fratelli ancora rimasti a Bari nonostante la guerra, di confluire dopo la fine del conflitto nel Circolo Virgiliano di Roma e di farsi seguire da Giovanni Bonabitacola. E la maggior parte dei suoi discepoli così fece, a cominciare dai suoi familiari, così come attestano i registri del Circolo Virgiliano e come sempre ci hanno ripetuto Donna Sofia Borracci, sua figlia, e la dott.ssa Prudenzina Giannelli, vera pietra miliare della Miriam barese, per il suo valore fatta entrare nella Miriam da Kremmerz in persona a 16 anni, nonostante non fosse ancora maggiorenne.

Dal 1943, messa in sonno l’Accademia Pitagora in attesa che un Maestro – e solo un Maestro – la venga a risvegliare se lo riterrà giusto e necessario, il Circolo Virgiliano è rimasto l’unico nucleo miriamico operante con la rituaria integrale che Kremmerz lasciò ai presidi e per i presidi.

Nel 1945 anche Bonabitacola passò a miglior vita a causa di un intervento chirurgico. “Fortunatamente”, memore di quanto Kremmerz aveva previsto o predeterminato[17], Bonabitacola già da tempo aveva chiesto a Pietro Suglia di prepararsi a succedergli alla guida del Circolo.

Inutilmente Suglia, che allora era impiegato come geometra presso gli uffici di Napoli delle Ferrovie dello Stato, fece presente che gli sarebbe stato pressoché impossibile riuscire ad ottenere un trasferimento da Napoli a Roma. Per nulla preoccupato, molto semplicemente, Bonabitacola gli rispose: “Non ti preoccupare Pietro, tu chiedi il trasferimento e se deve essere, sarà”.

Naturalmente lo ottenne e lo ottenne subito.

Così si trasferì a Roma e non appena Bonabitacola morì, Suglia divenne il nuovo preside del Circolo Virgiliano di Roma, pienamente investito dei suoi poteri.

È risaputo che per poter svolgere integralmente questo incarico, e per altre valenti ragioni, Suglia ricevette da Bonabitacola un plico contenete l’intera rituaria miriamica e materiale osirideo “gravido di onerose responsabilità”.

Ma colui che Kremmerz aveva allevato iniziaticamente fin da giovane, che stimava e cui era fortemente affezionato, tanto da chiamarlo affettuosamente “Pietruccio mio”, come già abbiamo detto, era perfettamente in grado di farsi carico di queste responsabilità e di fronteggiare le deviazioni che da lì a poco avrebbero avuto origine dall’operato di Domenico Lombardi, come vedremo nel prossimo capitolo.



[1] Si veda la nota 4 del capitolo relativo agli anni 1912 -1913.

[2] Nella prefazione ai Dialoghi sull’ermetismo, datata marzo 1929, egli scrive: “Come non vi ho messo niente di mio perché questo primo volume fosse stampato, non spenderò niente, neanche una parola, perché a questo non succedano altri volumi con altri dialoghi. Tanto non ci riuscirei, gli amici editori non mi ascolterebbero”. I suoi più intimi collaboratori erano infatti al corrente del fatto che egli stava lavorando alla revisione di ulteriori dialoghi che, come già esposto precedentemente, non sono affatto una invenzione letteraria, ma la revisione appunto di dialoghi realmente avvenuti e che erano stati stenografati. In merito a questo lavoro che stava facendo, scrisse in una lettera indirizzata a Quadrelli il 18 - 2 - 1929: “Tra un mesetto i nostri amici pubblicheranno un primo volume dei miei dialoghi ermetici. Sono i primi sette. Tra cinque o sei mesi sarà pubblicato il secondo volume”.

[3] Ci siamo già espressi sulle forti riserve che abbiamo sia su di lui sia su ogni altra fonte che non provenga da un contatto diretto col Kremmerz.

[4] Come Borri, Cagliostro e molti altri Adepti prima di lui, anche Kremmerz era solito passeggiare fra i quartieri più poveri delle città in cui risiedeva, distribuendo gratuitamente alla gente semplice e umile del popolo consigli di ogni sorta, compresi – solo quando strettamente necessario - numeri da giocare al lotto per risolvere le loro pene finanziarie ma soprattutto rimedi per la salute. Sempre gratis et amore dei.

[5] Della loro pubblicazione Borracci incaricò subito Vinci Verginelli, il quale ne curò l’edizione che uscì l’anno successivo.

[6] Appartenevano alla contessa Olimpia Parenti Cenami, la quale ha fatto parte del Circolo Virgiliano di Roma per tutto il resto della sua vita.

[7] Scrive la figlia Gaetana nel suo diario: “Un mese passammo in quella triste casa vuota della sua vita, per riordinare tutto il suo studio e per prepararci a partire con mio fratello ammalato e mia mamma. E ci aiutarono molti fratelli B., G., V.

[8] La questione, ora accennata, sarà ripresa nel proseguo della Storia quando tratteremo della questione Lombardi.

[9] Su questo aspetto della faccenda dovrebbero riflettere molto coloro che ritengono la Miriam una iniziativa personale del Kremmerz.

[10] Come risulta dagli statuti del G.O.E., i discepoli di ogni Maestro non potevano e non dovevano avere alcun contatto con le superiori gerarchie dell’Ordine se non attraverso il loro Iniziatore. “Il maestro iniziatore può coi suoi dipendenti formare compagnie di operazioni per fini comuni, a tale scopo resta espressamente proibito ai neofiti facenti parte di una compagnia, di avere comunioni o rapporto con neofiti, maestri o maestre di compagnia estranea, sia anche dipendente dallo stesso maestro iniziatore, se questo, per il suo grado elevato, ne ha costituite diverse per i lavori del Sinedrio”. (Art. 19 degli Statuti del G.O.E.)

La ragione di questa vera e propria compartimentazione delle Logge Osiridee, era tutta nella necessità della assoluta sicurezza che doveva essere garantita ai Maestri dell’Ordine e che per nessuna ragione poteva essere violata. Lo stesso Galleani, per quanto discepolo della prima ora del Kremmerz, non conosceva affatto l’identità profana dei Maestri, e questo lo indusse fra l’altro a fare confusione tra Ottaviano Koch, affittuario della sede del Circolo Virgiliano di Roma, e N.R. Ottaviano, già segretario generale del G.O.E. I suoi appunti, mal interpretati dai più, erano un modo del Galleani di mettere ordine nella facile confusione tra nomi propri e pseudonimi di persone con cui aveva indirettamente a che fare. Nello specifico il Galleani distingue l’ingegnere Ottaviano Koch (nome e cognome)  da N.R. Ottaviano (dove Ottaviano è uno pseudonimo).

[11] Di questa riunione abbiamo avuto la testimonianza orale di alcuni dei partecipanti, e precisamente Pietro Suglia, Vinci Verginelli, Gino Muciaccia, Gerolamo Moggia e Vincenzo Manzi, i quali ne hanno parlato sempre in maniera concorde. Inoltre, anche la figlia di Kremmerz, Gaetana, nei suoi diari parla di una riunione tenuta dopo la morte del padre senza poter fare, ovviamente, alcun riferimento ai contenuti.

[12] Alla luce di tutto questo, stupisce non poco leggere quanto asserì molti anni dopo Domenico Lombardi quando affermò di aver ricevuto un mandato orale dal Kremmerz; tanto più perché ciò è assolutamente contrario a quanto nello specifico è previsto dalla Pragmatica, la cui applicazione proprio Lombardi e i suoi continuatori vogliono immutata e immutabile.

[13] Questo grado comporta grandi realizzazioni iniziatiche che prevedono fra l’altro la capacità di saper leggere chiaramente nell’animo dell’aspirante e di saper vedere il cammino iniziatico da lui già percorso nelle sue vite precedenti, e ciò affinché vi sia garanzia sufficiente riguardo al fatto che egli possa affrontare le nuove pratiche iniziatiche senza andare in frantumi animicamente o fisicamente parlando, senza partorire entità mostruose o più semplicemente senza tradire.

A coloro che gagliardamente si sentono in animo di affrontare tutto e tutto chiedono, sentendosi indignati se qualcuno gli risponde che a certe pratiche non bisogna pensare se non si è pronti, rispondiamo con le parole del Kremmerz.  

La domanda rassomiglia per la sua ingenuità a quella sciocca di un bambino che visitava il tempio di San Pietro:

- Papà perchè non mi compri una cupola di S. Pietro per metterla sulla nostra casa? Il babbo sorridendo disse al figliuolo:

- Caro bimbo, la nostra casa non è per quella cupola, bisogna prima preparare la casa e poi vi porteremo la cupola.

Può essere Iniziatore solo chi è in grado non di presumere ma di sapere se la casa reggerà.

[14] Ovvero in quelle di Borracci e di Bonabitacola.

[15] La redazione della pagella implicava – e ne abbiamo le prove – una percezione diretta da parte del Maestro delle vite precedenti dell’aspirante e sulla base del livello raggiunto (e non della sola data di nascita), dello specifico genio complementare percepito anch’esso per visione diretta.

[16] Dal punto di vista storico risulta veramente “arcana” (ma divertente) la lettura di quanto affermato a pag. 35 de La Pietra Angolare Miriamica, ed. Rebis: “Dopo il 1930, la Fr + Tm + di Mir + continuò ad avere un Segretario Generale nella persona di Domenico Lombardi”, salvo poi aggiungere poche righe dopo: “Ma, per tutto il periodo cui facciamo riferimento, la segreteria Generale della S.P.H.C.I. Fr + Tm + di Miriam, nella persona di Domenico Lombardi tacque.” 

La verità che appare ormai evidente è che la Segreteria Generale non ha taciuto: semplicemente non esisteva più! E questo non solo negli anni in questione (1930 – 1948) ma a partire dal 1913. Solo nel 1948, ovvero 35 anni dopo, in circostanze che analizzeremo in seguito, Lombardi avrebbe fatto sapere al mondo intero che senza il suo timbro nessuna ammissione alla Miriam era da considerarsi valida. Ecco perché quel “tacque” può solo suscitare sorrisi: dopo 35 anni di silenzio si rischia di essere dichiarati muti o morti!

C’è da chiedersi, ironicamente, come abbiano fatto tutti quei poveretti che sono entrati nella Miriam dopo il 1913, ancora vivente Kremmerz, o dopo la sua dipartita con Borracci o con Bonabitacola, a sentirsi regolari senza il timbro e la firma “del Segretario Generale nella persona di Domenico Lombardi”. E lui stesso, come poteva dormire sonni tranquilli sapendo che in assenza del suo timbro a secco, il normale timbro a umido e la firma dei segretari delle rispettive Accademie di appartenenza non erano sufficienti a fare dei Miriamici regolari?

Sarà bene ribadire ancora una volta che dal 1913 in poi, né per ciò che riguarda l’iscrizione di nuovi Fratelli, né per ciò che riguarda la vita della Scuola nel suo insieme, esiste più alcun documento ufficiale rilasciato, emanato o siglato dalla Segreteria Generale, né nella persona di Lombardi né di nessun’altro. Perché? Perché la Segreteria Generale era l’espressione della Delegazione Generale, e senza l’esistenza dell’una nemmeno l’altra aveva più alcun senso.

Da allora in poi, come già abbiamo detto, con Kremmerz o senza Kremmerz, esistettero sempre e soltanto due Accademie unite da un unico ideale ma di fatto totalmente indipendenti, le cui segreterie erano del tutto autonome e sufficienti per ciò che occorreva alla loro vita amministrativa, mentre i Presidi provvedevano a quella iniziatica con ben altri strumenti che non dei timbri a fresco o a secco. E questo con buona pace non solo di Lombardi ma di tutti.

D’altro canto, se Kremmerz avesse desiderato che anche dopo il 1913 Lombardi continuasse a svolgere il compito di Segretario Generale siglando l’iscrizione di ogni nuovo Fratello, egli lo avrebbe fatto e avrebbe continuato a farlo anche dopo la morte del Maestro, e nessuno mai si sarebbe opposto ad una disposizione del Kremmerz.

Quindi, se non lo fece dopo il 1930 è semplicemente perché già da prima non lo faceva, e questo non da un anno o due ma da ben 17 anni. Altro che “tacque”. 

[17]Vi accennai in una mia lettera precedente, che non mi ero preoccupato delle cose della nostra scuola a Roma perché essa ha una vitalità propria, abbia o non abbia come dirigente il Signor Kremmerz.” (Dalla lettera a Quadrelli del 25 marzo 1929) Secondo alcuni vecchissimi Fratelli dei Circolo entrati ancora ai tempi di Bonabitacola, questa “previsione” del Maestro non sarebbe estranea ai destini stessi di Roma, e sempre da questo punto di vista tutt’altro che casuale sarebbe stata l’insegna della fenice che compariva nella sua prima sede.