ó   Lettera al direttore de  "LA  RICERCA"   

 

 

Ne "La Posta del Mondo Secreto", fascicolo VI, anno 1899, Giuliano Kremmerz rispondeva ad un lettore:

 

 

R. O. Venezia. — Volete sapere da me perché l'uomo studia la Storia delle precedenti generazioni quando la filosofia dell'assoluto insegna a isolarsi dall'umanità. Eccovi la risposta: leggete nella Ricerca di Milano una mia lettera nella quale io dico che il ricordarsi del passato, di ciò che fummo, è sapere la verità. Questo per l'uomo e per la società umana. Inoltre la gloria dei grandi periodi non insegna che la vita di un uomo è povera cosa e che la vita dello spirito umano è eterna. Riflettete.

 

 

Riportiamo in questo numero della nostra rubrica la bellissima lettera indirizzata da Kremmerz al direttore de "La Ricerca". Ancora una volta il Maestro ci regala un frammento di Verità attraverso uno scritto che non vuole essere semplicemente un augurio per la nascita di un nuovo periodico, ma che rappresenta oltremodo un tesoro di suggerimenti e indicazioni ermetiche indirizzate a tutti i veri discepoli della Grande Arte.

Il documento è consultabile anche nell'apposita sezione "Epistolario" presente nell'indice.

 

 

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LETTERA AL DIRETTORE

DE “LA RICERCA”  DI  MILANO

 

( N. 3/4 del 15 Aprile 1899 )

 

 

Signor Direttore,

 

Rispondo brevemente alla Sua cordiale lettera in cui mi annunzia la pubblicazione di un periodico “La Ricerca” in cotesta attiva e intelligente Milano, nella quale il dio dell’industria feconda e del movimento ha posto la sua dimora prediletta.

Mi perdoni il ritardo col quale Le trasmetto il mio augurio, e accolga le sincere congratulazioni per l’idea ottima di fondare un giornale d’investigazione scientifica e psicologica, senza infeudarlo né a pareri di scuole né a sistemi dottorali.

Non mancherò di venire anch’io, di tanto in tanto, a picchiare al Suo uscio, purché me lo consenta il Suo pubblico che troverebbe dissonanti le idee e le simbologie – screditate dall’ignoranza dei commentatori – con le dottrine novelline, reclamanti fatti e sempre fatti, quasi che fra questi che parlano ai sensi fisici e la filosofia illuminata dovessimo preferire, alla certezza dell’intelligenza e della ragione, la testimonianza possibilmente illusiva o illudente di semplici spettatori di fenomeni diversi.

Ma “La Ricerca” è una parola e un programma. Tutti desiderano di conoscere la VERITA’. Gli antichi ne indicavano il trionfo col lauro e col sole. La si dice perduta in fondo ad un pozzo, o la maschera la nasconde. La si rappresentava coi crisantemi bianchi che in alcuni paesi si offrono ai morti: la tomba la possiede.

Per rintracciarla, si sono proposte diverse vie: il post mortem è la finalità che tutti i Ciceroni si propongono; e, come per riconquistarla e riabilitarla nella certezza indiscutibile della conquista positiva, gli uomini che la cercano vogliono prescindere dalle utopie tradizionali delle religioni e dei miti.

L’errore fondamentale di questi sistemi è quello di non aver studiato abbastanza i miti e le religioni antiche, né la simbologia classica delle scienze sacre, paurosamente celate appunto a questi dottori irriverenti, per tema di non offrire a mani inesperte i rasoi dei barbieri pratici.

Il mistero che, secondo tutte le apparenze, nasconde la Verità ai profani, è la tomba. – Vuoi tu sapere la Verità? – Affidati a Caronte. – Chiusi gli occhi alla vita del corpo, saprai – dicono i miscredenti – se si continui a vivere o se si resti distrutti dalla verminaia. – Hai tu fretta di sapere? – Il più economico suicidio ti svela il mistero.

Ecco il post mortem pauroso, l’ignoto.

La vita, il pensiero, l’amore, innanzi a questa indeterminazione della sapienza degli uomini restano indefinibili.

La fede è la paura; l’ignoranza recisamente trionfa ed ha coraggio.

La morale è un elemento transitorio della società, il bene è la soddisfazione dei desideri. La civiltà è il comodo dell’esistenza. Il progresso è un dono dei parlamenti costituzionali. La proprietà è la preda. L’economia pubblica è il non plus ultra della ragione di Stato, la professione di fede è un mezzuccio.

Più innanzi, il mistero della morte; dopo morti, entreremo a discutere. Un filosofo ermetico domanderebbe se, permettendo lor signori, non sarebbe meglio studiare, vivi in carne ed ossa, ciò che ognuno di noi è stato, prima di trovarsi quaggiù.

Al dopo la morte, sostituire il prima di nascere; invece di domandare che cosa diverremo, interroghiamo noi stessi per domandare donde veniamo. Ed osserveremo che l’enigma dell’esistenza umana, è compreso tra il grido della madre che partorisce un figlio e la tomba che ne serra il cadavere. Prima della nascita e dopo la morte, si è saputa e si saprà la Verità. Dunque la nostra ignoranza umana può definire l’oblio di ciò che fummo, e Platone disse: scire, reminisci: il sapere è ricordarsi.

Le religioni e i miti ci dissero lo stesso. Orfeo ed Euridice: il rapitore dell’Euridice è l’Orco, il re della terra che gli antichi significavano nell’inferno.

Teseo che va a combattere il Minotauro, lascia fuori il labirinto l’Arianna, presunta vittima, e si tiene legato a lei con un filo: solo dopo di aver ucciso il Minotauro egli si unisce a lei e la impalma: nozze della luce salvatrice che l’Eroe aveva tenuta avvinta col filo dell’amore.

Nell’Athanor metterai insieme sole e luna: due sposi che si cercano e non si raggiungono, nel sistema astrologico; quando ne avrai ricavato il mercurio filosofico, procederai alla cottura.

Dante nel Paradiso fa dire ad Adamo:

 

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

innanzi che all’opra inconsumabile

fosse la gente di Nembrotte attenta                                         

(XXVI, 124-126 )

 

Infatti, gli errori dell’oblio dovettero cominciare da quando la gente di Adamo perdette l’uso della favella ideale, cioè delle idee e ricordanze paradisiache; Verità che può tradursi nella pratica del moderno linguaggio col dire che l’Adamo – il nostro primo principio intelligente – involuto per materialità, non sente più parlare la sua lingua e ad essa è sostituita la babelica torre sensazione.

Dunque ricerchiamo la lingua adamica perduta, ricordiamoci ciò che fummo: invece di visitare la foce del fiume della vita nel mare infinito della eternità, rimontiamo alla sorgente: ricordiamo, cerchiamo di ricordarci.

Ricordarci ciò che fummo, è indovinare ciò che saremo: ecco due programmi di due sistemi. Il primo è della gente che può ricordare per naturale evoluzione della sua intelligenza: i veggenti; o per sforzi delle potestà integrali della nostra mente: gl’iniziati, i maghi, gl’illuminati, per volontà propria praticanti la verità. Il secondo è di chi non si rivolge mai alle origini, e aspetta che i sensi gli rivelino l’intelligenza: gli sperimentalisti e gli spiritisti sperimentali.

Tra i due, le confraternite religiose: la santità diventa aquiescenza al fato: attendere che, per naturale virtù, dalle nuvole piova.

Il Gesù di Nazaret bambino, va alla sinagoga e disputa coi rabbini: non so precisamente se il fatto sia storico, ma simbolicamente è una grande verità: egli aveva il ricordo dell’idea sacra che i libri umani non conservano.

La teosofìa ermetica è un simbolo e un ricordo. Ermes è Mercurio ed è lo Spirito Santo. Se Mercurio, egli viene come ambasciatore dei Numi; se Spirito Santo, come luce e candore dell’Jehova.

Ora, come che v’è poca gente che dopo il diluvio ha ricordato qualche parola della lingua di Adamo, io picchierò all’uscio della Sua “Ricerca”, lasciando a chi tale lingua ha dimenticato la piena libertà di fischiare….; perché i fischi hanno questo di buono: svegliano quelli che dormono, e chi sa se altri non possa ricordare e scrivere anche lui.

EccoLe il mio concorso: porto alla tribuna della “Ricerca” i miei rancidi scartafacci antichi, e li leggo di tanto in tanto alla luce elettrica del secolo moribondo.

Ed ora, signor Direttore, mi perdoni se la lettera è stata lunghetta, e ricordi che il tempo per notomizzare il genio non è questo, e che i psichiatri e i positivisti fino a quando non ne ricorderanno le origini, non potranno né definirlo, né giudicarlo.

 

Giuliano Kremmerz