Una ossessa a Torino nel 1850

Le infermità prodotte dai diavoli e

la magia demoniaca negli scrittori

di cose mediche

 

 

Per l'interesse di coloro che studiano il progresso della scienza in tutte le sue fasi, credo interessante non omettere, dopo l'esame delle fonti, la continuazione della controversia sostenuta dal Forni diagnosticando l'ossessione della Fodrat.

Egli così continua:Facendoci ora esaminare ad il parere del 10 giugno risulta da quello quanto al fatto patologico, che la Geltrude Fodrat presentava  un'affezione convulsiva del diaframma, e dell’apparato muscolare  respirativo con partecipazione dei muscoli delle estremità superiori: che non coesisteva alcuna malattia apprezzabile dell’utero, del ventricolo, delle viscere, vasi, membrane, encefalo, e midollo spinale di forma determinata, e specifica: né pazzia, allucinazione, o sonnambulismo: ma che tutto il l'atto morboso consisteva nella sopraddetta affezione convulsiva: e quanto alla etiologica che non si riscontrò alcuna probabile cagione fisica, o morale cui si potesse con fondamento attribuire lo sviluppo di questa forma morbosa. Ma come non son rare le affezioni del genere nervoso delle quali non si possa rinvenire la causa razionale, nulla vi ha fin qui che esca dai limiti della medica giornaliera osservazione. Occorrevano però in questo caso alcune singolari circostanze ben rimarchevoli in sé stesse, e che ai consulenti parvero non potersi ovviamente spiegare cogli influssi generali delle fisiche cagioni, ma doversi riferire  ad operazioni di natura spirituale. E queste sono il destarsi immediato dell'attacco convulsivo, se l’ammalata fosse in periodo di quiete, e quando già fosse nello stato di ordinario  convellimento l'innalzarsi repentino di questo ad un grado enorme qualora si accostasse alla medesima una sacra reliquia, o d’acqua santa si aspergesse, o si invocassero i nomi di Dio, di Cristo, della Vergine, maggiormente poi. ove si recitassero sopra di  essi le orazioni che «sa la Chiesa nel benedire gli infermi.

Io non so veramente con quale ordinaria legge di fìsica, o di fisiologia altri intenda di. potere spiegare una orrenda convulsione che destasi per poche goccie d’acqua benedetta che si sparga sovra persona, o per alcune sillabe pronunziate innanzi alla medesima in atto di preghiera.

Quantunque  io abbia pubblicamente, e ripetutamente fatto preghiera,

ed invito a coloro che sì recavano a scandalo il giudizio in cui io aveva avuto parte a volerne addurre qualche ragione, nessuno però fu così benigno di volermi ajutare a spiegare colla fisica, e colla fisiologia questo fenomeno, per altro così ovvio secondo loro.

Siccome però, considerata la cosa in sé stessa, io non veggo che due vie onde spiegare, senza ricorrere a cagioni sovra fisiologici, il suddetto fenomeno, cioè di attribuirne la produzione o ad esaltata fantasia, o a simulazione, così mi confido, che se mi venga fatto di escludere con salde ragioni queste due ipotesi, il giudizio del 10 giugno debba andar immune

da emenda, fin tanto almeno, che altri non abbia dimostrato il contrario con ragioni precise e determinate.

Potrebbe infatti dirsi da alcuno, che la fantasia della Fodrat si commovesse straordinariamente alla viste delle cose sacre, e che da questa commozione nascessero le convulsioni, e il resto dei fenomeni osservati ne’suoi attacchi.

Ma l’assumere gratuitamente la fantasia come causa a spiegare fenomeni, che poco, o nulla s'intendono, se è sistema assai comodo per una parte, ha assai poca forza a conchiudere, perché in fine non fa che cambiare il nome alla difficoltà, e porre un ignoto in vece di un altro, essendoché niuno sappia fin qui ben definire la natura, le proprietà, ed i limiti della facoltà fantastica. Inoltre vi sono nel nostro caso alcune circostanze, che tolgono all'argomento che altri volessero dedurre dalla fantasia, ogni probabilità, ed altre che lo escludono formalmente.

Infatti la vigorosa, e gagliarda costituzione, l’abito muscoloso, e sanguigno della fanciulla sofferente, e la vita faticosa, ed aspra da essa mai sempre condotta nelle somme alpi, non sono certo aggiunti opportuni a dare grande sviluppo, ed azione alla facoltà fantastica. Le sue risposte poi mai sempre regolari, precise, senza esagerazione, il suo contegno, e i suoi portamenti in tutto normali, e ordinati non mostrarono mai prevalenza, eccesso, o disordine alcuno di fantasia. Esclude poi affatto ogni supposizione di esaltata immaginativa qual diretta cagione dello eccitarsi in essa dello stato convulsivo ogni qual volta si facessero preghiere e riti sacri il considerare che lo stesso intendersi del tormento interiore, e lo stesso prodursi delle alte convulsioni aveva luogo qualora affatto a sua insaputa, e in modo che non potesse accorgetene se le accostassero nascostamente oggetti sacri, o si toccasse leggerissimamente alle spalle

con acqua benedetta; nelle quali circostanze nulla essendo l'impressione dei sensi, nulla eziandio era l'influenza della fantasia, che dai medesimi piglia la materia delle sue operazioni.

Ma debbo questa testimonianza alla lealtà degli avversari, e dei censori, che niuno di essi, che io mi sappia, ricorse a questo meschino sotterfugio: e sebbene nelle pubbliche dichiare siansi sempre tenuti in termini generalissimi, nei colloqui privati, franchi e schietti siccome sono, dicono apertamente, il fatto della Fodrat nel suo complesso essere stata un'opera d'astuzia, e di finzione, e i medici del consulto per troppa bonarietà ed innocenza essersi miseramente lasciati accalappiare ed illudere. E che questo sia il sentimento della Consulta Torinese e del Comizio di Alba ben si scorge dal conchiudere che fa la Consulta Centrale la sua deliberazione affermando potersi con certezza applicare a questo fatto la nota sentenza di Giovanni Riolano:

multa ficta, a morbo pauca, nihil a daemone

che è un dire positivo, e diretto, che in quest'affare la più gran partesi appartiene a finzione; e dal fondare che fa il Comizio Albese il motivo essenziale della sua censura sul riflesso che fa d'uopo in simili casi di somma prudenza, e di sottili investigazioni per distinguere ciò che è simulato da ciò che è reale. Nel supposto dunque della finzione sta il punto importante di questa ricerca, essendo questa la sola difficoltà, che siasi chiaramente accennata dalle congregazioni censuranti, e quella che andava allora per la bocca di tutti. Avendo di più lo scrivente fatto publico invito a quanti biasimavano il parere del 10 giugno come indecoroso alla scienza a proporre le loro difficoltà per le stampe, né essendosene proposta verun'altra, credo, che quando questa avrò rimossa, avrò soddisfatto ad ogni debito in proposito.

Io dico pertanto che il sospetto della finzione, il quale per l'infelicità della condizione umana è sempre il primo a presentarsi alla mente in simili emergenze; veniva nell'animo dei consulenti infirmato grandemente dal franco ed onesto contegno che essi riscontravano tanto nella fanciulla paziente, che ne'congiunti che la circondavano, e dal perfetto accordo e convenienza delle loro risposte nelle molteplici interrogazioni, e imprevedute domande che si mossero loro, e negli accurati esami e sperimenti, che si fecero sopra la paziente. Ma a parte queste considerazioni, le quali se non sono prive di un certo valore per coloro che ne ricevono l'immediata impressione sono nulle o lievissime per tutti gli altri, il fatto in sé stesso presenta parecchi fenomeni, che ripugnano» intieramente al supposto di una simulazione. Tale si è l'oscurarsi e li— vidirsi del volto, che si osservava nella nello svolgersi e durare degli alti accessi. Imperciocché nel supposto pure, che queste convulsioni fossero simulate, pare però impossibile, che collo sforzo della volontà cotanto si potessero spingere, e mantenere da impedirsene l’a-zione cardio-polmonale al punto di divenirne tutta livida la faccia, siccome insegna un ovvio ragionamento fisiologico, e com'è espressamente avvertito da coloro, che trattano del distinguere le vere e naturali dalle simulate convulsioni. Tra i molti basti addurre a questo proposito Georget, il quale trattando ex professo dei segni d'epilessia simulata, riguarda appunto la turgenza livido-violacea dal volto come uno dei segni più caratteristici, onde i veri attacchi di alte convulsioni si differenziano dai simulati[i]. Altro fenomeno inconciliabile col supposto della finzione si è il forte e rapidissimo centrarsi, e dilatarsi delle pupille in questi grandi accessi, essendo notissimo che quei movimenti sfuggono intieramente ad ogni potere della volontà. Né è pure senza qualche peso il non osservarsi nell'inferma segno alcuno di latitudine dopo questi terribili assalti, circostanza che, oltre di essere per sé stessa niente affatto ordinaria, non si può eziandio fingere a piacimento.

Che se infine si pon mente, che lo stesso eccitamento convulsivo si produceva non solo quando veggente e sciente l'inferma si facevano intorno a lei le orazioni, e si adoperavano i sacri riti, ma eziandio quando a sua perfetta insaputa la si aspergesse lievemente di acqua santa, o le si accostasse alla persona qualche sacro oggetto: e che nessuno di questi fenomeni aveva luogo quando alcuno lasciandole credere di aspergerla come al solito d'acqua benedetta, si servisse in vece di una comune, come si è talvolta appositamente sperimentato, si dovrà confessare, che ogni dubbio di simulazione quanto al presente caso, trovasi positivamente e formalmente escluso.

Al punto cui è giunta questa disamina mi tocca di rispondere ad un'allegazione del Comitato d'Alba, il quale nella censura per esso fatta del nostro parere fra le altre considerazioni su cui si fonda per riprovarlo, adduce i nomi di Ippocrate, di Mead, di De-Haen, (« Visto e considerato, che i più illustri maestri della scienza Ippocrate, De-Haen, Mead ed altri prescrissero ai medici somma prudenza nel pronunciarsi in casi consimili, essendo assai difficile il conoscere subitamente ciò, che è simulato da ciò, che è reale » — Concordia del 28 ottobre 1850 — ) come se dai Consulenti si fosse contravvenuto allo regole di prudenza da questi raccomandate[ii] nel pronunciare in simili casi.

Esaminiamo partitamente le autorità del Comizio Albese.

La prima è quella di Ippocrate. A parlare esattamente quest'allegazione sarebbe  affatto  insussistente,  essendoché né  Ippocrate  abbia segnato norme di prudenza quanto al giudicare  intorno  alle malattie insolite e maravigliose,  né  alcuna cosa abbia raccomandato di particolare intorno a queste. A prendere però in modo  larghissimo non  le  parole, ma il senso supponibile di questa  citazione, si può credere, che il Comitato di Alba abbia voluto alludere a quanto sta scritto nel libro  De morbo sacro, ove l'autore parlando dell'epilessia rigetta le  influenze sovrannaturali  dalle  malattie, e combatte a dilungo  alcuni  superstiziosi raggiratori del tempo. Ma il Comitato Albese poteva,  e  doveva sapere,  che  quanti  moderni  hanno esaminato  criticamente  la Raccolta Ippocratica dal Foes, dal  Chartier,  dal  Van-der-Linden,  ed Alberto Haller fino al Littré, al Peterson e  al Dietz  che  ha  dato  recentemente di questo libro un  critica speciale,  tutti  sono  d'accordo nel rigettare questo libro dal novero degli Ippocratici[iii]. Del resto osservi il Comitato di Alba, che se nel libro De Morbo sacro si negano le influenze morbose superiori, e sovrannaturali, queste  invece si riconoscono ampiamente in altri libri del medesimo,  come  in quelli Della natura della Danna e Dell'onorato costume[iv]; il che avverto non già per trarre da questi luoghi alcun appoggio  al  mio  parere, giacché nessuna di essi si appartiene  al vero Ippocrate,  ma perché  si scorga  come dai tempi di Pericle ai primi Cesari (che a questo periodi appartengono, se non tutti, la massima parte degli scritti, che formano la collezione Ippocratica) vi era, come adesso né più né  meno,  tra i medici chi riconosceva nelle malattie un sovrannaturale, come gli autori dei libri Della natura della Donna, e Dell'onorato costume,  e chi lo negava, come lo scrittore del Morbo sacro, il che si vede ugualmente, da chi gli abbia letti, dai libri di Areteo, di Alessandro Tralliano, di Celio Aureliano, e di Oribasio. Quanto poi al vero pensare di Ippocrate intorno al sovrannaturale morboso, esso è manifesto da un luogo assai celebre del Libro dei Prognostici (che da tutti si riconosce come incontrastabilmente Ippocratico) ove dice: Debet ulique medicus morborum ejus-modi naturas cognoscere, quantum corporis vires exsuperent: simul-que, et si quid in morbis divinum insit, hujus quoque providentiatn ediscere.

Il secondo autore ricordato a norma e magistero dei Medici dal Comitato di Alba è Riccardo Mead valent'uomo al certo e clinico insigne del passato secolo (1673-1734). Ma anche in questo non pare che il Cogitato Albese abbia colpito propriamente nel segno, giacché l'illustra inglese tanto è lontano dal presirivere norme di prudenza par riguardo alle malattie che hanno del maraviglioso e sopratutto per discernere le vere dalle false ossessioni, che anzi egli è uno dei pochi medici, e principe tra coloro, che le negano formalmente in ogni caso. In fatti egli nega non solo tutte le ossessioni dei tempi moderni, ma nega pure risolutamente e formalmente anche quelle degli Evangeli[v], riducendo tutte le ossessioni di cui è fatta menzione ne’sacri testi a pure e semplici manie ed epilessie, e ciò per la ragione che i fenomeni descritti nei demoniaci evangelici noi li vediamo o quotidianamente o almeno non di raro nei nostri epilettici, e maniaci, senza osservare il valent'uomo che potrebbe benissimo ad esempio una stessa forma morbosa muovere alcune volte da cagioni puramente fisiche, ed altre da causa psichica, e spirituale, e potrebbe anche darsi che i nostri maniaci, ed epilettici fos-ser qualche volta veri ossessi. Per provare, che gli epilettico-maniaci del Vangelo non erano ossessi egli avrebbe dovuto provare non già che la stessa forma morbosa si produce anche per semplici cagioni fisiche, ma che non si produca mai per cagioni superiori.

Del rimanente era facile al Comitato di Alba di riflettere che Mead era protestante e i consulenti del 10 giugno sono cattolici, e non sono per nulla tenuti a seguire o a far buone le interpretazioni scritturali del medico inglese. E tanto era consapevole il buon Mead di allontanarsi colla sua interpretazione dal senso universale dei Cristiani, che ci volle scrivere la sua opera in latino, e fece espresso divieto che non si dovesse per alcuno giammai mandare alle stampe in volgare. Tanto era conscio l’uomo dotto di offendere colla intemperanza della sua esposizione la comune religione de’suoi valorosi compaesani.

La terza autorità allegata dal Comitato di Alba  è quella di Antonio De Haen, il quale, come nessuno  ignora, nel trattato dell’Epilessia  e delle Convulsioni, che fa parte della sua Ragion Clinica, ha un capitolo-consacrato ai finti indemoniati, e al modo di smascherarli pubblicamente. Come i pensieri dell’egregio uomo su questo proposito, quantunque semplicissimi, e niente altro che di puro buon senso, sono degni di attenzione, e si reputano da alcuni su questo punto quel che  il regolo di Policleto nella statuaria, ragion vuole, che si  considerino per esteso. Ecco tutto il passo in proposito: « Ma qui  debbo pure far  menzione di  un'altra sorta di convulsioni, delle quali, inorridisco a dirlo, si chiama autore il demonio. Ne ho  veduto  esempi nell'uno  e nell'altro sesso. Parecchie donne, che non solo il volgo, ma eziandio Sacerdoti affermavano ossesse dal demonio, furono per comando dell'Augustissima Imperatrice[vi] con— dotte all’Ospedale Clinico per esservi esaminate. Io le esaminai  appoggiato a questo principio, che gli uomini possono veramente essere, come dicesi, ossessi dalla dimonia, e che ciò sia fuor d'ogni dubbio per invitti argomenti  che si  deducono tanto dal Nuovo Testamento, quanto dalla sincera storia ecclesiastica, e dalla dottrina dei S. Padri, siccome ha nel capo dell’epilessia mostrato più chiaro del mezzodì l'illustrissimo  Preside[vii]; ma eziandio a quest’altro, che nei secoli posteriori, e sopratutto nel corrottissimo nostro  si fingano mille imposture, alle quali, volesse Dio! che i più semplici de’monaci, e dei Sacerdoti non prestassero tanto la mano.

« Colla scorta poi di questi principj facilmente mi venne fatto di scoprire la frode, e scopertala di svelarla. Quando adunque mi constava la cosa, cosi, adoperavo: disponeva una fila d'infermieri, munito ciascuno di un vaso pieno d'acqua con espresso comando, che si tosto come all'udire il nome venerabile di Dio, dei santi e delle cose divine il finto diavolo si facesse a scuotere come era solito i corpi, riversassero il pieno vaso di un sol colpo sul volto, e sul petto, in guisa, che se al versarsi del primo l'insulto non cessasse, dovessero tutti versarvi per ordine il loro. E vero che la prima volta abbisognavano un orcio d'acqua assai grande, ma quando ebbero inteso, che tutte le convulsioni avrebbero indi incontrato ugual trattamento, non ne ebbero più alcuna, ma apparvero intie-ramente sane.

« Mi affido » continua egli « che nessuno s'indegnerà contro me siccome profano per aver cosi ruvido, e disgrazioso sperimento adoperato. Io era già per altri argomenti affatto convinto della scellerata frod (Eramus aliis  argumentis piane convicti de fraude nefanda) ma i fabbri di essa si volevano pubblicamente smascherare.

Così ad es. all’accostarsi della Santa Croce, od altri oggetti sacri, «1 cui applicarsi alla persona, dicevano, destarsi subito le diaboliche smanie, aveva bensì osservato succedere quel che avean predetto, ma quando io aveva avviluppato gli stessi oggetti sacri, in modo che non apparisse quel che fossero, e così involti li aveva appressati alla persona, niuna convulsione si era eccitata. Parimenti se un legno qualunque io diceva asperso d’acqua sacra, e con quello toccava i corpi, infuriava il demonio, ed egualmente se gli stessi corpi con acqua santa spargeva; ma con eguai forza eziandio se valendomi di pura acqua comune solo avessi finto essere quella benedetta. Certo adunque della froda il resto dello sperimento compii solo affinchè l’inganno si rendesse a tutti palese.

E così conchiude la sua difesa, sostenendo il Forni l’intromissione del demonio e dello spirito nel corpo della Fodrat. Ho voluto ricordare tutte le argomentazioni della polemica, perché gli studiosi abbiano presente che in tutti i tempi l'ignoranza laureata si è sentita in fregola di opporsi al riconoscimento del soprannaturale, anche per la bestialità scientifica, in cui è piombato il clero cattolico. Un clinico torinese dell'epoca rimproverava il Forni che non avesse usato il ferro rovente per accertarsi dell'impostura.

Metodo spiccio..... il quale fia suggello ecc. ecc.

 

***

 

Chi fu Giacinto Forni

 

Dopo aver pubblicato il caso della ossessione della Fodrat, ci sembra opportuno riprodurre da Nova Lux la seguente lettera diretta allo egregio scrittore della rivista:

« Napoli, li 29 marzo 1893.

« Mio carissimo Hoffmann,

« Nella chiusa del tuo bellissimo articolo su Annie Besant, ultimo numero della Nova Lux, ben giustamente evochi a gloria i nomi di Dalmazzo, di Sci-foni ecc. ecc. quali antesignani dello Spiritismo in Italia. Ma pur troppo un nome vi è dimenticato, nome forse oggi a pochi noto o da pochi superstiti ricordato—quella di un uomo veramente superiore, che primo in Italia ebbe il coraggio di sfidare pubblicamente l’opinione dei coetanei con un giornale ebdomadario di vero e puro Spiritismo.

« Quest’uomo fu il dottor Giacinto Forni; e il giornale « L’epoca nuova », che vide la luce in Torino verso il 60. Vennero dopo gli « Annali » diretti prima da quel!’eccelso ingegno ed intemerato spiritista che fu Teofilo Coreni,. e poi da Niceforo Filale te.

«Ed ho detto « coraggio » ben a ragione: perché allora parlare o scrivere di Spiritismo era una mostruosità non solo, ma atto di pazzia.

« Non ti dirò i dolori e le lotte per cui passò quel valentuomo, benché in Torino la legge Siccardi imperasse da più di 12 anni; — lomenti di alcuni subivano ancora l'influsso dei tempi passati e mantenevano timorate e paurose le coscienze: — e la scienza poi non si era ancora impadronita dello Spiritismo, né aveva prodotto le scoperte di Crookes, di Baraduc, di De Rochas, eoe. ecc., per cui lo Spiritismo’senza abdicare alla sua filosofia, ha ora il posto come scienza esatta.

« Ed il dottor Forni tenne alta sempre la fronte, e per quanto potè, la sua bandiera giornalistica. Ma venne un giorno in cui si trovò soffocato dall'ambiente — quell'ambiente che egli voleva migliorare: indirizzare a più alta mèta — alla constatazione del vero, contro le teorie materialistiche che prendevano piede, promulgate dal prof. Moleschott, allora insegnante nell'Università di Torino; quel vero, che ora riempie noi spiritisti di ineffabili e placido conforto, e col pensiero ci porta a Dio; poiché a questo Egli tendeva conii suo giornale. Era la filosofia che lo inebriava — ed il bene che da questa avrebbe potuto trame la scienza positiva.

« E il dottor Forni quasi deriso dai suoi colleghi, combattuto accanitamente e atrocemente dalla curia, che mandava in ogni famiglia dei suoi clienti, emissarii a sparlarne ed a rappresentarlo come pazzo, indemoniato, nemico di Dio e della religione — dovette abbandonare la coraggiosa iniziativa, e l'« Epoca nuova », dopo qualche anno, sospese le sue pubblicazioni.

« Il povero dottore andava perdendo la sua clientela, unica risorsa, o quasi, da cui traesse il sostentamento per la sua famiglia.

« Anche in casa mia venne il parroco, e trovatevi sopra un tavolino il giornale incriminato, si die’gesuitescameute a sobillare mia moglie (io assente); ma essa gli rispose, che benediceva il giorno da che quel foglio era entrato in casa sua.

« Io non mi meraviglio, caro Hoffmann, che tu, benché torinese, non abbi conosciuto il dottor Forni; sei molto pia giovine di me, ecco tutto.

« Ma non ti sia discaro, che io ne evochi la venerata memoria, e che, per debito di giustizia, rivendichi a lui il vanto di essere stato il primo a pubblicare in Italia un giornale di puro Spiritismo — precursore di altri, benché assai pochi, venuti lodevolmente appresso — in un tempo in cui gli studi spiritici, anche nel campo filolofico e mistico, erano appena al loro inizio, e gli spiritisti calunniati, o. nell'ipotesi più generosa... coraggiosamente derisi.

« Amami sempre come ti ama il tuo.

« erdmann geist »


 

 


[i] Dictionnaire de Médeiine en 26 vol articl. Epilepsie.

[ii] Dimando scusa all'egregio Comitato, se non so servirmi del suo verbo prescrivere, già non voglio nascondergli, che ho un'invincibile ripugnanza verso le forme dittatorie, e imperative, e che in fatto di scienza non riconosco in alcuno autorità di comandare, aggiungendo per tal guisa alle altre mie colpe Miche la qualità di ribelle.

[iii] Quel citare senz'altra indicazione un nome solo, quando sotto quel nome vanno più di ottanta libri di dottrina, di marito, di stile infinitamente diversi, appartenenti a molti scrittori, a scuole varie, ed opposte, e a parecchi secoli di distanza non è certo in chi cosi adoperi, di molto tatto critico, né di molta perizia nei libri, che si intende chiamare in appoggio.

[iv] Nel libro della natura della donna si legge al primo capo; De muliebri natura haec dico: maxime quidem numen in hominibus causam esse, postea vero naturas mulierum. E alcuni periodi più sotto: Oportet autem eum, qui haec recte tractare velit primum quidem ex diis ordiri; deinde naturas mulierum discernere. E in quello De probitate: In plerisque morbis, et symptomati-hus medicina plurimum Diis concedit, Deosque colere reporitur: Medici enim plurimum Diis concedi nt. Medicina enim multum posse sibi non arrogat. Cap.III.

[v] Medicina sacra, seu de morbis insig-nioribus, qui in bibliis commemorantur Commentarius. Lausannae 1760. — Non è forse indegno di osservazione che Mead, il quale è così risoluto a negare ogni influenza degli spiriti sul corpo, ammetta poi così formalmente, e in modo così esteso quella dei pianeti come si vede nel suo trattato: De imperio solis, et lunae.

[vi] Erano i tempi di Maria Teresa Austriaca.

[vii] Era Van-Swieten.