LETTERA  AL  DIRETTORE  DE

"LA  RICERCA"  DI  MILANO

 

  

Signor Direttore,

 

Rispondo brevemente alla Sua cordiale lettera in cui mi annunzia la pubblicazione di un periodico “La Ricerca” in cotesta attiva e intelligente Milano, nella quale il dio dell’industria feconda e del movimento ha posto la sua dimora prediletta.

Mi perdoni il ritardo col quale Le trasmetto il mio augurio, e accolga le sincere congratulazioni per l’idea ottima di fondare un giornale d’investigazione scientifica e psicologica, senza infeudarlo né a pareri di scuole né a sistemi dottorali.

Non mancherò di venire anch’io, di tanto in tanto, a picchiare al Suo uscio, purché me lo consenta il Suo pubblico che troverebbe dissonanti le idee e le simbologie – screditate dall’ignoranza dei commentatori – con le dottrine novelline, reclamanti fatti e sempre fatti, quasi che fra questi che parlano ai sensi fisici e la filosofia illuminata dovessimo preferire, alla certezza dell’intelligenza e della ragione, la testimonianza possibilmente illusiva o illudente di semplici spettatori di fenomeni diversi.

Ma “La Ricerca” è una parola e un programma. Tutti desiderano di conoscere la VERITA’. Gli antichi ne indicavano il trionfo col lauro e col sole. La si dice perduta in fondo ad un pozzo, o la maschera la nasconde. La si rappresentava coi crisantemi bianchi che in alcuni paesi si offrono ai morti: la tomba la possiede.

Per rintracciarla, si sono proposte diverse vie: il post mortem è la finalità che tutti i Ciceroni si propongono; e, come per riconquistarla e riabilitarla nella certezza indiscutibile della conquista positiva, gli uomini che la cercano vogliono prescindere dalle utopie tradizionali delle religioni e dei miti.

L’errore fondamentale di questi sistemi è quello di non aver studiato abbastanza i miti e le religioni antiche, né la simbologia classica delle scienze sacre, paurosamente celate appunto a questi dottori irriverenti, per tema di non offrire a mani inesperte i rasoi dei barbieri pratici.

Il mistero che, secondo tutte le apparenze, nasconde la Verità ai profani, è la tomba. – Vuoi tu sapere la Verità? – Affidati a Caronte. – Chiusi gli occhi alla vita del corpo, saprai – dicono i miscredenti – se si continui a vivere o se si resti distrutti dalla verminaia. – Hai tu fretta di sapere? – Il più economico suicidio ti svela il mistero.

Ecco il post mortem pauroso, l’ignoto.

La vita, il pensiero, l’amore, innanzi a questa indeterminazione della sapienza degli uomini restano indefinibili.

La fede è la paura; l’ignoranza recisamente trionfa ed ha coraggio.

La morale è un elemento transitorio della società, il bene è la soddisfazione dei desideri. La civiltà è il comodo dell’esistenza. Il progresso è un dono dei parlamenti costituzionali. La proprietà è la preda. L’economia pubblica è il non plus ultra della ragione di Stato, la professione di fede è un mezzuccio.

Più innanzi, il mistero della morte; dopo morti, entreremo a discutere. Un filosofo ermetico domanderebbe se, permettendo lor signori, non sarebbe meglio studiare, vivi in carne ed ossa, ciò che ognuno di noi è stato, prima di trovarsi quaggiù.

Al dopo la morte, sostituire il prima di nascere; invece di domandare che cosa diverremo, interroghiamo noi stessi per domandare donde veniamo. Ed osserveremo che l’enigma dell’esistenza umana, è compreso tra il grido della madre che partorisce un figlio e la tomba che ne serra il cadavere. Prima della nascita e dopo la morte, si è saputa e si saprà la Verità. Dunque la nostra ignoranza umana può definire l’oblio di ciò che fummo, e Platone disse: scire, reminisci: il sapere è ricordarsi.

Le religioni e i miti ci dissero lo stesso. Orfeo ed Euridice: il rapitore dell’Euridice è l’Orco, il re della terra che gli antichi significavano nell’inferno.

Teseo che va a combattere il Minotauro, lascia fuori il labirinto l’Arianna, presunta vittima, e si tiene legato a lei con un filo: solo dopo di aver ucciso il Minotauro egli si unisce a lei e la impalma: nozze della luce salvatrice che l’Eroe aveva tenuta avvinta col filo dell’amore.

Nell’Athanor metterai insieme sole e luna: due sposi che si cercano e non si raggiungono, nel sistema astrologico; quando ne avrai ricavato il mercurio filosofico, procederai alla cottura.

Dante nel Paradiso fa dire ad Adamo:

 

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

innanzi che all’opra inconsumabile

fosse la gente di Nembrotte attenta                                         

(XXVI, 124-126 )

 

Infatti, gli errori dell’oblio dovettero cominciare da quando la gente di Adamo perdette l’uso della favella ideale, cioè delle idee e ricordanze paradisiache; Verità che può tradursi nella pratica del moderno linguaggio col dire che l’Adamo – il nostro primo principio intelligente – involuto per materialità, non sente più parlare la sua lingua e ad essa è sostituita la babelica torre sensazione.

Dunque ricerchiamo la lingua adamica perduta, ricordiamoci ciò che fummo: invece di visitare la foce del fiume della vita nel mare infinito della eternità, rimontiamo alla sorgente: ricordiamo, cerchiamo di ricordarci.

Ricordarci ciò che fummo, è indovinare ciò che saremo: ecco due programmi di due sistemi. Il primo è della gente che può ricordare per naturale evoluzione della sua intelligenza: i veggenti; o per sforzi delle potestà integrali della nostra mente: gl’iniziati, i maghi, gl’illuminati, per volontà propria praticanti la verità. Il secondo è di chi non si rivolge mai alle origini, e aspetta che i sensi gli rivelino l’intelligenza: gli sperimentalisti e gli spiritisti sperimentali.

Tra i due, le confraternite religiose: la santità diventa aquiescenza al fato: attendere che, per naturale virtù, dalle nuvole piova.

Il Gesù di Nazaret bambino, va alla sinagoga e disputa coi rabbini: non so precisamente se il fatto sia storico, ma simbolicamente è una grande verità: egli aveva il ricordo dell’idea sacra che i libri umani non conservano.

La teosofìa ermetica è un simbolo e un ricordo. Ermes è Mercurio ed è lo Spirito Santo. Se Mercurio, egli viene come ambasciatore dei Numi; se Spirito Santo, come luce e candore dell’Jehova.

Ora, come che v’è poca gente che dopo il diluvio ha ricordato qualche parola della lingua di Adamo, io picchierò all’uscio della Sua “Ricerca”, lasciando a chi tale lingua ha dimenticato la piena libertà di fischiare….; perché i fischi hanno questo di buono: svegliano quelli che dormono, e chi sa se altri non possa ricordare e scrivere anche lui.

EccoLe il mio concorso: porto alla tribuna della “Ricerca” i miei rancidi scartafacci antichi, e li leggo di tanto in tanto alla luce elettrica del secolo moribondo.

Ed ora, signor Direttore, mi perdoni se la lettera è stata lunghetta, e ricordi che il tempo per notomizzare il genio non è questo, e che i psichiatri e i positivisti fino a quando non ne ricorderanno le origini, non potranno né definirlo, né giudicarlo.

 

Giuliano Kremmerz