STRALCIO  DA  UNA  LETTERA

DEL  MAESTRO

 

 

[…] Il numero 5 della Cabala è la stella a 5 punte: l'uomo-spirito nel completo equilibrio di forze e di intelligenza corrisponde nella parte visibile al segno astronomico della Bilancia ed è simbolo della giustizia.

Di capitale importanza nella magia, perché non è possibile che esista un operatore senza equilibrio, che è dote, carattere e virtù essenziali di colui che comanda agli elementi morali e materiali nella natura – che soggiacciono alla ideazione della giustizia pura, senza l’accesso nel Bene, senza la perversione del Male.

Questo è anche carattere equivalente alla purità magica che esclude ogni reazione e conseguenza reattiva.

Il rimorso che è una forma morale di reazione alla giustizia del mago operatore è, propriamente, una develazione della impurità nello stato operatorio.

Perciò il mago ha potere assoluto sulle forme della giustizia umana per quanto egli si trattiene nei limiti del non più e del non meno, come nella bilancia, dove il peso (pundus, onus) è equivalente al diritto per giustizia, per equità (jus, j-us diritto, le ragioni poste nelle due coppe della bilancia in equilibrio).

Equità è peso giusto, valutazione contraddittoria delle due forme di ragionamento, le due forme della passione e della affettività, la ragione che indigna e che commuove.

Il Bene è nell’equilibrio, il Male nel disquilibrio; l’odio è ingiustizia, l’amore è sete di giustizia, di penetrazione; Cupido armato di arco e freccia, perché la freccia penetra, trafigge, trapassa.

L’atto di copula animale è una penetrazione, istinto di riequilibrio delle forze invisibili (ma sensibili) della carne, che cerca il suo complemento; conquistato il complemento, si determina nell’essere umano la sufficienza di se stesso per inappetenza: quindi l’errore delle dottrine filosofiche e religiose dell’abolizione di ogni atto di amore per volontà di autotensione (monacato) e non per sazietà indifferente: l’androgine è apollineo per indifferenza, inappetenza, per sufficienza – insomma – nello stesso individuo dei due elementi che procedono al miracolo incompreso di un’anima nuova.

Perciò i Pitagorici insegnavano di essere comunque, e dovunque, nelle parole, negli atti, nelle idee, temperati, e di non seguire le passioni dell’animo.

Amore e odio sono i due estremi del non equilibrio. Verso le persone che si odiano, non eccedere mai: il Cristianesimo di rispondere all’odio con l’amore e la rassegnazione, e fu vero solo se fra il sentimento di amore e l’odio vuol trovare il temperamento nell’equilibrio – cioè l’indifferenza alla inimicizia altrui.

In altro senso è un enunciato innaturale; il nemico che si odia genera in te il sentimento della paura; larvata o no, l’odio genera la paura della persona che si sente odiata.

Con la paura il non equilibrio nell’odiare, che esplode con un’azione aggressiva contro il nemico o si rassegna vittima di lui; ma tra l’uno e l’altro, in chi odia e in chi è odiato, le due coppe della bilancia ballano e non pesano giusto.

Il coraggio è paura reagente. Tutti i prodi combattenti delle antiche e moderne leggende bellicose, sono paurosi che difendono la propria vita con la spada e col fucile; i duellanti sono due paure in conflitto armato.

Nelle guerre fra Nazioni il furore bellico dei popoli è indice di perdita di equilibrio in Nazioni intere, fra milioni di uomini. Colui che domina la sua paura, che si sente sereno e sicuro, domina l’avversario più disiquilibrato.

Contro un’attività magica per odio, ci si difende con la più assoluta indifferenza, ma non apparente o per darla a intendere alla platea, ma per assoluta assenza di paura: gli uomini creduli sono nel loro fondo terribilmente vili, i generosi invece, sono i meno deboli.

Non odiare e non avere paura, dice Eraclito un Maestro Pitagorico, ed avrai la pace; cioè possiedi l’equilibrio.

L’amore nel senso sintetico della passione per il possesso, ti rende schiavo della persona o della cosa amata, ed è disquilibrio per servitù.

L’avaro è schiavo del denaro, il maschio della femmina desiderata, l’ubriacone della bevanda che lo inebbria.

Dice Pitagora, come poi fino ai tardi tempi egizi s’insegnò, che non bisogna promettere e non mantenere la propria intenzione formulata con parole; perché ogni promessa non mantenuta determina una reazione contraddittoria fra ciò che si dice e l’abitudine di non tradurlo in atto concreto.

Apollonio di Tiana apprese dai Sacerdoti Tebani che quando l’uomo è così deturpato, gli Dei verso di lui promettono e non fanno.

La propria parola (promessa) deve ritenersi non garanzia verso gli altri, ma verso sé stessi. Così il silenzio pitagorico è sempre indispensabile.

 

 

Giuliano Kremmerz