TERZA CONVERSAZIONE

 

(13 Gennaio 1921)

 

Riassumo brevemente quel che si è detto nelle sere precedenti: l'uomo è un essere che ha la facoltà di perfezionarsi, di evolvere. Per ciò fare egli deve modificare la sua volontà e in conseguenza di ciò eseguire delle pratiche personali che hanno la facoltà di mutarla. Per conseguire tale determina­zione, egli entra a far parte di una scuola, di un circolo.

 

Parte la: Teorica

Che cosa è un Circolo? È una riunione di persone che si prefiggono uno scopo, una meta. Gli scopi che si può proporre un circolo sono tanti: politica, scienza, arte, filantropia... Il Circolo Vergiliano ha per scopo, oltre che lo sviluppo della propria collettività, anche l'aiuto all'umanità soffe­rente, cioè l'esercizio della terapia, vale a dire il tentare, se non di guarire, per lo meno di alleviare le sofferenze dell'umanità. Perciò il nostro è un circolo terra terra, che non si innalza fino al cielo.

In altre parole, non è un circolo spiritualista, ma materialista, positivista. Chi ne fa parte deve avere di mira l’amore,  il  bene,  la  castità,  la purità. L'amore per i suoi compagni di fede e il bene per l'umanità. Però altro è l’iniziazione, cioè il perfe­zionamento individuale, altro la pratica del Circolo. Il Circolo non si occupa dell'evoluzione dei singoli individui che  lo  compongono:  a questo  devono pensare, da loro, loro stessi; ma si occupa dell'a­zione, dell'opera del complesso dei suoi compo­nenti.

Ora bisogna chiarire la cosa: Noi aiutiamo i malati, ma non facciamo della medicina; non ci mettiamo a far concorrenza ai medici, ma operiamo in altro modo, per mezzo della forza psichica. In alcuni casi coadiuviamo anche l'opera del sanitario. Mi spiego: non possiamo dare medicine, perché non dobbiamo sostituirci ai medici, soltanto in alcuni casi possiamo dare dei rimedi semplici, come, ad esem­pio, un pizzico di sale, una midolla di pane, i quali costituiscono il veicolo della forza guaritiva. La nostra opera non è dunque invadente, ma coadiuvante quella del medico ufficiale, specialmente quando si tratta di medici appartenenti alla Miriam. Questi, trovandosi in presenza di un malato, possono diret­tamente mettersi in comunicazione con lui e propi­nargli la forza guaritiva. Noi dunque aiutiamo l'uma­nità sofferente per mezzo della nostra forza psichica

che doniamo a chi ricorre a noi. Guardate che noi non dobbiamo esibirci di guarire, né dobbiamo andare alla ricerca di malati; sono i malati che devono rivolgersi a noi. Quindi, noi non facciamo opera contraria alle leggi.

Il Circolo si compone di tanti individui, di tante pile psichiche che si sacrificano per l'umanità. Per allenarsi a tale mansione non basta frequentare il Circolo e prendere parte alle sue riunioni. Il Circolo ha uno scopo di Amore e di Bene. Per non allon­tanarsi da tale meta, per far progredire la forza della catena, cioè della forza collettiva di tutti i suoi componenti, occorre assolutamente che i singoli soci compiano immancabilmente i riti individuali. Biso­gna che tutti si mantengano in catena, eseguendo sia il rito giornaliero, sia il lunare. Chi non si sente in grado di fare questo sacrificio, lo dica subito, senza riguardi, come io ho parlato francamente sin qui; me lo dica e si allontani dal Circolo. Qui bisogna che tutti, come un sol uomo, si sacrifichino a compiere giornalmente i riti, malgrado qualsiasi difficoltà.

Per il rito ordinario bisogna scegliere una delle ore rituali segnate nel fascicolo "C", e, scelta un'ora, conservarla e non variarla ogni giorno. Chi non può fare il rito a quella determinata ora, deve eseguirlo nell'ora rituale successiva. Anche il rito lunare bisogna eseguirlo a seconda delle prescrizioni, malgrado le difficoltà che presenterà. Non bisogna interrompere i riti; questo è importante. Però, ripeto, chi non si sente in grado di sostenere questo sacrificio, deve allontanarsi dal Circolo. L'esecuzio­ne continua delle pratiche aumenta la forza della catena che può dare risultati meravigliosi. Però il miriamico deve avere il coraggio e la costanza di sacrificarsi per il bene dell'umanità.

Noi aiutiamo i sofferenti unicamente per mez­zo della forza psichica. La scienza che noi colti­viamo è la Magia, l’Ermetismo. La Magia è quella scienza che mette in contatto l'uomo con le forze della Natura; o, come si dice, che mette in comu­nicazione con l'occulto, con l'invisibile. Il miriamico, dalle otto del mattino alle dieci di sera, deve fare un esercizio continuo di Magia. Egli, quando si è alzato e sta per uscire di casa, guarda il cielo e -senza consultare il barometro - si dice: «Oggi prenderò o non prenderò l'ombrello?». E tra sé e sé decide sul da fare. Questo è un esercizio di intuizione, di comunicazione con l'invisibile. Egli fa questo esercizio in tutti i momenti della giornata per tutte le piccole cose della vita e finisce per acquistare un senso che manca agli altri uomini e che lo guida infallantemente in tutte le sue cose, indicandogli la Verità. Dunque i miriamici sono magisti ed ermetisti. La Magia è una scienza antichissima, una scienza sacerdotale. Per praticarla bisogna che l'uomo si metta in "simpatica, in amorosa relazione con tutti gli Esseri della Natu­ra".

Esercitando la Magia si riesce perfino ad in­tuire, a divinare i mali altrui e a divinare se il malato vivrà o morrà. Noi veniamo in contatto con i malati inviando loro la nostra forza psichica, satura di pensieri di Bene, forza di cui essi - che si trovano in stato passivo, ossia di ricettività - si appropriano e in tal modo guariscono, perché la nostra forza attiva ristabilisce in loro l'equilibrio spostato, perduto. La cosa è molto semplice come vedete e non richiede somministrazione di medi­cine.

Ora passerò alla seconda parte di questa con­versazione, cioè alla parte pratica. E vi farò vedere che non si tratta di esperimenti difficili. Sono cose facili, ma che - volendo - possono essere spinte fino ai più difficili esperimenti magnetici e ipnotici, cioè fino alla trance, alla suggestione, alla contra­zione, alla catalessi, all'estasi. Ma questo studio così spinto non rientra nelle nostre pratiche e non ha relazione con i fini che ci proponiamo. Noi voglia­mo semplicemente con pratiche terra terra riuscire a curare e possibilmente a guarire sofferenti e ammalati.

 

Parte 2a: Pratica

Vediamo ora cosa si può fare:

Esperimento - Verte sulla forza dell'individuo e sulla forza della catena:

a) La forza dell'indivìduo. Si tratta di provarne la forza muscolare, fisica: il socio n.l è fatto mettere in piedi nel mezzo della sala,  col braccio teso orizzontalmente. Egli deve tenerlo in tal modo fino a quando non può più resistere. Dopo 7 minuti la stanchezza prende il socio n.l. L'esperimento, dopo un congnio riposo, andrebbe ripetuto per constatare se il detto socio è capace di resistere più o meno alla stanchezza.

b) La forza della catena. Il Maestro invita tutti a porsi in catena attorno al tavolo della sala (vedi Fig. 1). Per regola andrebbero disposti alternativa­mente un uomo e una donna. Gli assistenti, stando seduti, si tengono per mano, senza poggiare né mani né gomiti sul tavolo. In mezzo, presso il tavolo, è fatto mettere il socio n.l con la sinistra afferrata alla stretta di mano di due assistenti e con il braccio destro teso orizzontalmente, come nella precedente prova. Egli, questa volta, deve rimanere completamente passivo. Tutti gli astanti devono pensare che il n.l questa volta deve resistere a tenere 11 minuti il braccio teso e devono in tale esperimento aiutarlo con la loro forza. Il Maestro invita il n.l a preavvisare quando, sentendosi stanco, sta per lasciare cadere il braccio destro. Dopo 12 minuti il n.l avverte di sentire il braccio pesante e di provare un dolore alla spalla.

 

Fig.  1. — Posizione dei partecipanti intorno ad un tavolo nell'esperimento: La forza della Catena.

 Si passa alla seconda parte dell'esperimento. Tutti, stando in catena, si alzano in piedi e il n.l si stacca dalla catena, mentre il n.4, unito alla catena con la mano destra, fa con la sinistra dei passi sul braccio destro del n.l, dalla spalla all'attaccatura della mano. Il n.l dichiara subito di sentire il braccio meno appesantito. Il Maestro invita il n.4 a pensare, senza dirlo, che il braccio destro del n.l si irrigidisca e non senta più dolori. Invita poi tutti gli astanti ad aderire al pensiero del n.4, quale esso sia. Gli astanti pensano che avvenga ciò che pensa il n.4. Questi continua ininterrottamente i passi. I dolori del braccio del n.l cessano ed egli si sente disposto a continuare la prova; ma l'esperimento viene fatto cessare dopo sedici minuti. La maggiore resistenza del n.l dimo­stra che egli ha beneficiato della forza sviluppata dalla catena. A seduta finita, alcuni astanti accennano a un dolore che risentono al deltoide.

 

Esperimento - Serve a provare la comunicazione del pensiero. Si divide in due parti:

a) Ricerca della sensitiva. Il Maestro chiama al posto dove era il n.l, ad una ad una, le signore n.15, n.2 e n.9. Ognuna di esse è posta diritta in piedi con le spalle rivolte al Maestro. Questi fa loro - a una a una - dei passi dal collo alla vita con le mani aperte e le dita divaricate. Dopo pochi passi, il n.15 cade all'in-dietro ed è sorretta dal Maestro. Il n.2 cade in avanti ed è sostenuta dal n.3. Il n.9 non si muove ed è riman­data al suo posto: non è adatta come soggetto.

b) Comunicazione del pensiero. Per l'esperimento il Maestro sceglie il n.2. Tutti si siedono, compresa la sensibile che però è staccata dalla catena e volge le spalle ai soci che le sono dietro e al Maestro (vedi Fig. 2).

 

Fig.  2. - Posizione dei partecipanti intorno ad un tavolo nell'esperimento:  Comunicazione del pensiero.

 

Questi premette che tutti gli astanti debbono pensare ad una cosa, ad esempio ad un pensiero mesto, senza determinazione. Egli, al momento op­portuno, indicherà che si deve cominciare a formare tale pensiero e lo farà togliendosi dalla testa il cappello. Soggiunge che poi si dovrà pensare ad una cosa allegra quando egli lo indicherà portandosi il fazzoletto al naso, come per soffiarselo. Conclude:

«Basterà che la signorina emetta una lacrimuccia e atteggi la bocca ad un sorriso». Tutti gli astanti si danno la mano e l'esperimento inizia. La corrente si manifesta alle mani degli intervenuti. Il Maestro si toglie il cappello. Tutti pensano che la signorina n.2 abbia un pensiero mesto. Dopo un certo tempo il Maestro domanda alla sensibile se provi nulla. La signorina risponde: «Un malessere al cuore». Il Maestro si toglie il cappello di nuovo. Poco dopo chiede alla signorina se prova un senso, un'idea speciale. La signorina risponde che prova un senso non allegro. Ha qualche contrazione agli angoli della bocca. Il Maestro porta il fazzoletto al naso. Tutti pensano che vada alla sensibile un'idea allegra. Il Maestro domanda ancora alla sensibile che cosa provi. Ella risponde: «Sempre un senso di mestizia». Il Maestro porta di nuovo il fazzoletto al naso. Dopo qualche minuto la signorina da in una risata.

Osservazione: il Maestro chiarisce che col sistema della catena possono eseguirsi altri tre esperimenti elementari:

 

Esperimento 3° - Trasmissione di immagini.

Quando ci si è un po' allenati agli esercizi di catena, si può, trovandosi per esempio in strada isolati, pensare ad un oggetto e figurarselo nella mente: un orologio, una moneta, una ciotoletta, un bicchiere... Moltissimi uomini possono pensare un oggetto, ma non sanno raffigurarselo mentalmente, ma con l'allenamento all'esercizio di catena, l'og­getto pensato si raffigura. Questo è un esercizio che gli artisti fanno correntemente. Conquistata questa proprietà dalla maggior parte di voi, potete passare ad un esperimento del genere con una sensibile, trasmettendole cioè un'immagine pensata da voi tutti.

 

Esperimento 4° - Trasmissione delle parole.

Come per un oggetto, voi potete rappresentarvi alla mente la parola pensata, cioè la parola mentale, non pronunziata. Cioè voi potete per esempio pen­sare come si scrive la parola "ROMA", e la pensate lettera per lettera, vale a dire come si scrive la R, poi come si scrive la O e così di seguito. Se allora, pensando tutti come si scrive ROMA, vi ponete in catena, la sensibile vedrà, lettera per lettera, la parola e la dirà.

 

Esperimento - Cura a distanza.

Dopo gli esperimenti menzionati, se ne può fare uno terapeutico. Quando vi riunite, mettete un bigliettino col nome e cognome di un malato non presente in una cassettina con una fenditura. Poi formate la catena e se il Preside, che è già pratico di tale esperimento, o qualche medico in sua vece, prende il fluido della catena - come egli sa fare - lo può proiettare al malato raccomandato e guarirlo o per lo meno alleviarlo dei suoi dolori.

Sabato sera vi farò vedere come si può fare un lucido. Con tale sensitivo si possono eseguire tre facili esperimenti:

 

Esperimento 6° - La caraffa di Cagliostro.

Si pone su di un tavolo, innanzi alla sensitiva, una bottiglia con acqua fino alla metà. Poi tutti gli astanti in catena guardano il liquido pensando ad un oggetto, determinato in precedenza di comune accor­do, ma all'insaputa della sensibile. Questa, guardan­do anche lei sulla superficie dell'acqua, vedrà tale oggetto e lo nominerà. Identico esperimento può farsi con uno specchio.

 

Esperimento 7° - La Chiaroveggenza. Con tale mezzo si può anche conoscere quale malattia abbia un infermo.

 

Esperimento 8° - La Previggenza. Con lo stesso metodo si può anche conoscere se un malato vivrà o morrà.