SECONDA CONVERSAZIONE

 

(7 Gennaio 1921)

 

Esistono o no delle forze interne nell'uomo? Esistono o no delle facoltà occulte nell'uomo? Eb­bene, allora bisogna coltivarle, esercitarle. Debbono essere esercitate con metodo, cioè mediante un allenamento progressivo, graduale. Queste proprietà le hanno tutti gli uomini, ma non tutti in egual grado. Non possiamo dire che tutti gli uomini sono capaci di sollevare un peso di 120 Kg.; la grande generalità non può sollevare che pesi molto inferiori. Così per la forza psichica. Dunque gli uomini sono differen­temente dotati di forza psichica. Questa è la loro eredità.

Per eredità non s'intende quella avuta dal babbo o dalla mamma. Quest'ultima ha carattere seconda­rio. Il bambino che nasce ha il PROPRIO nucleo vitale dotato di forza psichica, nucleo che gli viene dalle umanazioni anteriori, cioè nucleo che è l'eredità avuta da se stesso, la quale varia a seconda delle prove anteriormente subite e della volontà più o meno esercitata. A questa eredità propria si unisce in piccola misura la forza psichica proveniente dal padre e dalla madre, cioè in una quantità tale che non è capace di modificare sostanzialmente la tonalità del nucleo vitale. Se così non fosse, come si spiegherebbe, per esempio, che da genitori spregiu­dicati nasce un bambino religioso? un bambino cioè con tendenze morali spiccatamente diverse da quelle dei genitori? Ed egli le sue tendenze le sviluppa malgrado l'opposizione dei suoi educatori.

Nell'essere umano, al didentro della forma carnale, vi è dunque il nucleo vitale che è il sostrato delle vite anteriori. È questo nucleo che noi dobbia­mo perfezionare, evolvere, educare. Questo nucleo è l'anima; l'anima che gli antichi variamente simbolizzavano. Gli Egizi la raffiguravano mediante un uccello, i Cristiani mediante un pesce. Perché il pesce? Perché il pesce sale dal fondo del mare alla superficie, poi di nuovo scende dalla superficie al fondo. Gesù scelse per discepoli dei sensitivi, cioè degli uomini dotati di qualità medianiche, onde potessero mettersi in relazione, in comunicazione col CRISTO, cioè col principio vitale dell'Universo. I Discepoli di Gesù - si disse - erano pescatori, non pescatori di pesci però, ma di uomini. Vero è che qualcuno di loro era pescatore di professione.

L'uomo, dunque, è dotato di un nucleo vitale che ha delle proprietà delle quali si sono occupate e si occupano le scuole ufficiali di psicologia, ma con risultati bambineschi. Difatti gli esperimenti di psichismo nelle Università, sono eseguiti oggettiva-mente, cioè esteriormente all'essere umano e sono indicati quali prove di assiomi premessi che hanno per base la filosofia e non la pratica. Sicché lo studio della psiche umana non ha fatto - ufficialmente -che lievi progressi mentre è uno studio antichissimo che venne coltivato nelle Università Templari, nelle accademie medioevali e lo è oggi nelle società esoteriche. Ma da queste ultime viene eseguito con metodo diverso da quello della scienza ufficiale, vale a dire con metodo soggettivo, cioè lo studioso studia se stesso. Dopo di noi la scienza ufficiale si impa­dronirà del nostro metodo, ma non potrà trovarne la chiave.

La nostra Schola è piccola, cioè a dire, non ha l'estensione di un culto, di una religione. Non ha grandi pretese: è un insegnamento che si svolge terra terra a pochi seguaci che sono indirizzati con metodo speciale, diverso da quello magnetico e da quello ipnotico, a svolgere e perfezionare le proprietà latenti dell'animo loro. Gli inglesi e in parte i francesi hanno un fondo mistico, mentre noi italiani siamo più scettici e positivisti. E questo, sia perché i nostri antenati sono stati più vicini agli apostoli, sia perché i nostri padri hanno veduto, sia perché noi vediamo quanto avviene nella sede del Papato. Perciò la nostra Schola non è mistica, ma eminentemente positivista, scientificamente materialista, poiché i discepoli sono posti in grado di toccare con mano ciò che io affermo.

Io non vi dico credete, vi dico   esperimentate e persuadetevi da voi stessi che ciò che ho affermato è la verità. La nostra pratica deve avere uno scopo. Gli scopi che si possono proporre sono parecchi: la ricchezza, la gloria, la soddisfazione dei propri de­sideri... Una scuola americana insegna a riuscire negli affari... Ma io ritengo che l'unico scopo che dobbia­mo proporci sia quello della guarigione degli infermi. La nostra Schola è poco conosciuta perché in Italia poche persone si occupano di questi studi. Non è da mettere in confronto, per esempio, con lo Spi­ritismo che ha molti ferventi seguaci in America e anche in Francia e che si fa un'immensa réclame. Tenete presente però che tutto sta in una sola cosa: la facoltà evolutiva dell'uomo. Tutto ciò che attornia questa, tutto il contorno non è che poesia. Belle sono le Lettere di un morto tuttora vivente del Barker (Torino, Bocca, 1917) e contengono anche delle verità, ma il resto non è che poesia, molta poesia. Chi sa che saremo noi dopo morti? Nessuno. A tutti piacciono le belle descrizioni dei piani del Paradiso del Leadbeater, ma in esse non vi è che ideologia. Di positivo non vi è nulla. Perciò io non vi dico che cosa saremo dopo morti. Passeremo in un altro piano, per tornare nuova­mente quaggiù, con l'eredità nostra, cioè col nucleo vitale, evoluto o no, a seconda che avremo o non avremo lavorato. Solo le anime evolute possono sape­re ciò che furono nelle precedenti umanazioni.

Per poter riuscire nella nostra Schola occorre che il discepolo possieda queste tre doti: 1°) Il disinte­resse; 2°)  la certezza; 3°)  l'indifferenza.

Il disinteresse è quella qualità per cui si opera senza egoismo, cioè impersonalmente, anonimamen­te. In altre parole se un Fr. guarisce un infermo non deve farlo per interesse personale. Non deve dire: «L'ho guarito io!». Questo sarebbe operare per ego­ismo. L'opera del Fr. deve essere innominata; egli deve tutto riferire alla potenza della catena, o meglio alle forze guaritive della Miriam. Egli non deve neanche dar vanto di una guarigione alla catena, perché gli aiuti che un operante riceve non si sa da qual parte vengono. Se, ad esempio, un tale ha un dolore, si rivolge a un fratello, questi lo consiglia, per guarire, di leggere un dato salmo davidico. Ma prima che il malato metta in pratica il consiglio, può darsi che un medico si rechi nella sua casa e che la moglie del malato gli racconti come un amico abbia consigliato "per guarire" la lettura di un salmo. Il medico, che è scettico, farà una risata e dirà che il rimedio consigliato è cosa da sciocchi, consiglian­do invece di prendere due milligrammi di stramonio. Il malato li prende e guarisce. In questo caso come può il miriamico asserire di essere stato lui a gua­rirlo? la cosa non si può mai provare: la prova nasce solo nella coscienza di chi è stato guarito. Tutto il vanto della guarigione sarà del medico. Ma, indagando, chi è certo che al medico un'entità benefica non abbia suggerito il rimedio dello stramonio? Anche questo non si può provare. Dunque sarebbe dannoso dar vanto alla catena. Chi crederebbe all'assertore? D'altra parte è certo che il miriamico influì indirettamente sul medico curante. Quanto al malato, sarebbe guarito egualmente se avesse pre­stato fede al Fr. che lo consigliò. Dunque il discepolo di Miriam non deve operare per egoismo, ma disinteressatamente, vale a dire nella convinzione di non essere altro che uno strumento nelle mani di una forza benefica potente. Egli non deve atteggiarsi a medico.

Poi bisogna che egli abbia la certezza di guarire, cioè la sicurezza che - coi mezzi che possiede -riuscirà a riequilibrare il malato. Il Fr. che nel dedicarsi ad una cura dubita e tentenna non guarirà mai nessuno. La certezza del proprio potere nasce poco a poco. Prima si opera il piccolo miracolo, poi il grande. Le condizioni per essere miriamico sono la tranquillità della mente e la purità di cuore. Il semplice, che non si lascia impressionare dal male, lo guarisce. Da noi la certezza o la sicurezza è, invece che sulla fede, basata sulle prove palmari prece­dentemente ottenute. I risultati ottenuti, da noi e da altri in catena con noi, ci forniscono l'irrefragabile attestazione delle guarigioni. Noi, dopo gli esperi­menti eseguiti su noi stessi, acquistiamo la certezza che - con quegli stessi mezzi, con quelle stesse nostre facoltà - produrremo immancabilmente la guarigione di altri come la ottenemmo su noi.

Da ultimo, il miriamico deve essere indifferente, noncurante delle derisioni, degli scherni che gli possono provenire dal pubblico profano che non capisce nulla e critica tutto.

Noi facciamo della pratica, non della teoria. Nelle scuole di psicologia si fanno delle premesse astratte che si corroborano con esperimenti adattati alle premesse; da noi, invece, avviene tutto il con­trario: si fanno esperimenti positivi, materiali e -dopo che i discepoli hanno constatata la loro riuscita - si passa a fare la teoria. I nostri esperimenti possono essere dedicati a vari scopi, per esempio all'allena­mento della volontà o a prove nelle percezioni.

a) Della volontà. Tutti noi abbiamo una volontà, ma non tutti, quando vogliamo metterla in pratica, in azione, riusciamo ad ottenere ciò che ci propo­niamo. Generalmente i sensi la vincono sulla volontà. La volontà può essere provata mediante esercizi inibitori: il vietarsi di fare una cosa, di bere una bevanda, di mangiare un cibo, di compiere un'azione. Questo allenamento da risultati del massimo interes­se: produce effetti che possono paragonarsi a mira­coli, ma che pure non sono tali, essendo conseguenze naturali dell'allenamento. Mediante tale allenamento si può riuscire a bere dell'acqua e sentire il sapore del vino. Si tratta quindi di educare la volontà.

b) Delle percezioni esteriori. Mediante la volon­tà, o l'autosuggestione, uscendo per esempio da un luogo caldo in inverno si può evitare una malattia, comandando al nostro corpo di non sentire freddo. Basta perciò che si dica: «Uscendo non sentirò freddo». E non lo si sentirà effettivamente. Se la volontà è forte, si potrà perfino giungere a sudare col gran freddo. Così d'estate si potrà sentire freddo. Noi possiamo eseguire tantissimi esercizi facili. Ma bisogna che la volontà venga esercitata sempre, in tutti i momenti della vita.

Che cosa sono le operazioni di circolo! Quando più esperimentatori, animati dalla stessa fede, ten­denti allo stesso intento, collegati da un'affettuosa relazione - che è effettivamente uno stato di impadronimento di uno dell'altro - si mettono in circolo tenendosi per le mani, si sviluppa tra loro una corrente nervea che è la risultante della potenzialità di tutti i singoli componenti la catena o circolo. È chiaro che se uno dei discepoli, con la sua forza psichica sviluppata, può dare un certo fenomeno, tutti i discepoli produrranno una corrente molto più po­tente di un solo elemento, corrente che è composta delle correnti parziali, che neutralizzerà, tonificherà.

Questa corrente può produrre fenomeni importanti. Per esempio, se noi costituiamo una catena e in mezzo a noi poniamo a sedere un sensitivo, se tutti ci mettiamo tacitamente d'accordo, meno che con lui, e ad un dato momento - a un segnale prestabilito, ad esempio l'agitare di un fazzoletto -pensiamo tutti di sentire un cattivo odore, il sensitivo lo sentirà effettivamente. Egli, cioè, sentirà quel che le nostre menti vogliono che egli senta e lo dirà. Questo esperimento è l'A dell'A, B, C dello psichismo. Proseguendo negli esperimenti potremo ottenere risultati meravigliosi, i quali collimano con quelli magnetici, pur non essendo ad essi identici. Queste operazioni di circolo sono rafforzate da pratiche magiche che sono tradizionali nella nostra Schola. Esse raccolgono, dinamizzate come furono, il pen­siero di centinaia di migliaia di generazioni. Un segno è un pensiero vitalizzato, che richiama l'aiuto e la presenza di esseri invisibili che aiutano nelle guarigioni.

La nostra Schola è piccola e non intende fare grandi cose. Non intende porsi a raffronto delle grandi scuole scientifiche ma intende essere distinta dalle altre. Noi non possiamo abbordare i grandi problemi sociali, quali quello della vita e della morte, perché essi esorbitano troppo dal nostro limitato compito. Voi avrete delle prove materiali, dei fatti

dei quali non saprete rintracciare le cause; pure dovrete da voi stessi studiare tali problemi e procu­rare di risolverli. Noi faremo la nostra strada, poi -a suo tempo - verranno dei Maestri, cioè degli esseri più avanzati di noi, da altri mondi e ci guideranno. Come verrà il Dott. B. io insegnerò a lui e a voi ciò che dovrete fare. Poi dovrò lasciarvi: ci rivedremo in seguito, se, con la pratica continua, otterrete buoni risultati.